IL DOMINIO DELLA TECNICA TRA EUROPA E POLITICA, in Giornale di Brescia, 25 gennaio 2019. Lettera di Emanuele Severino sulle ragioni filosofiche che hanno portato il filosofo bresciano ad aderire al Manifesto di Carlo Calenda

IL DOMINIO DELLA TECNICA TRA EUROPA E POLITICA
Giornale di Brescia, 25 gennaio 2019

Lettera di Emanuele Severino sulle ragioni filosofiche che hanno portato il filosofo bresciano ad aderire al Manifesto di Carlo Calenda.

Gentile direttore, perché – mi si chiede – ho aderito al «manifesto» di Carlo Calenda? Me lo si chiede anche a Brescia. Rispondo facendo riferimento non alla mia persona, ma alla dimensione a cui si rivolgono i miei scritti: la filosofia. Dicendo innanzitutto che la filosofia non «appartiene» ad alcun partito politico, ma all’opposto sono i partiti a farsi guidare, più o meno consapevolmente dal pensiero filosofico e quindi ad «appartenergli». Lo scorso ottobre avevo comunque pubblicato sul Corriere della sera un articolo dedicato al libro di Calenda «Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio» (Feltrinelli 2018) – un libro di alto livello culturale oltre che politico. Pubblicato dunque, il mio articolo, prima che in gennaio fosse reso noto il manifesto di Calenda. Da tempo, e anche in questo libro, egli include nello sfondo delle sue riflessioni la ricerca che da quasi sessant’anni vado conducendo sulla tecnica e sui rapporti con l’economia (capitalistica e pianificata), la politica e le altre forze che intendono oggi porsi alla guida del mondo.

In tale ricerca si mostra che, da mezzo di cui quelle forze si servono, la tecnica è destinata a destinare il loro scopo e quindi a prevalere su di esse. Ma ad esser così destinata non è quella che oggi chiamiamo con questo nome, ma è la tecnica che e in quanto riesce a rendersi conto che la propria volontà di accrescere all’infinito la propria potenza non può avere davanti a sé alcun limite inviolabile. Ed essa può attingere questa consapevolezza soltanto dal sapere filosofico, e propriamente da ciò che chiamo il «sottosuolo filosofico del nostro tempo». Ancora anni fa Calenda mi aveva scritto: «Condivido completamente la Sua analisi sul rapporto tra capitalismo e tecnica», nel senso che, aggiungeva «il capitalismo diventa il mezzo attraverso cui la tecnica ha la possibilità di espandersi senza limiti». Questo, anche se nel libro di Calenda tale diventar mezzo è interpretato come una «tendenza» che può invertire la propria direzione e che quindi non è una destinazione irreversibile. Sulla base di questa interpretazione, nel «Manifesto», egli sollecita una mobilitazione in Italia e in Europa che ponga come scopo supremo della società non il profitto privato ma la politica come promozione dei «valori dell’umanesimo liberale e sociale».

D’altra parte nel mio articolo sul Corriere della sera avevo scritto, escludendo che la politica e lo Stato possano tornare alla guida della tecnica e dell’economia: «La «destinazione» di cui parlo è sì una «tendenza», ma nel senso che per la cultura oggi dominante non esiste alcuna verità necessaria e incontestabile e quindi non può esistere nemmeno una connessione necessaria tra il presente e il futuro – sì che è una «tendenza» che domani sorga il sole o che un corpo lasciato a sé stesso cada verso il basso» ma non è una tendenza la cui inversione, ossia l’accadere della relativa controtendenza, viene ritenuta del tutto improbabile. (Andando oltre la logica della probabilità nei miei scritti si mostra in che senso la destinazione della tecnica al dominio è una necessità – fermo restando che anche l’età della tecnica abbia poi a tramontare).

Questo dialogo tra Calenda e me mostra comunque un’intesa tra noi due che spiega come io abbia potuto subito aderire al suo invito di sottoscrivere il «Manifesto» da lui diffuso. Colgo l’occasione per ringraziarlo per quanto egli ha scritto su Twitter il 18 di questo mese a proposito di tale adesione («Devo un ringraziamento personale e speciale al prof. Emanuele Severino che ha sottoscritto il manifesto subito e con entusiasmo. Per me il suo pensiero è un punto di riferimento fondamentale per capire la modernità»).

La mia adesione al «Manifesto» non ha dunque carattere politico, tanto meno partitico (nemmeno Calenda vuol dar vita a un partito), ma si riferisce all’ambito a cui appartiene anche il dialogo con Calenda, a cui ho fatto riferimento – un ambito, peraltro, prescindendo dal quale lo stesso agire politico procede ad occhi bendati.Se ci si rende conto che la tecnica (intesa nel senso autentico, al quale ho prima accennato) è destinata a dominare ogni forma di società, allora l’agire sociale e la stessa prassi politica differiscono dall’agire politico-sociale che ignora questa destinazione e che per questa ignoranza va alla deriva. Vedo nel manifesto alcuni importanti passi avanti nella consapevolezza di tale destinazione (che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta «tecnocrazia» alla Saint Simon).

Se si vuol continuare a usare la parola «politica», allora – come ho scritto altre volte – la «grande politica» è l’atteggiamento che vede l’inevitabile deriva di ogni prassi politica e lascia che lo scopo delle società umane non sia il profitto privato, l’abolizione delle classi sociali, la nazione, il regno dei cieli, la dignità dell’uomo, ecc. ma sia quell’incremento indefinito della potenza che può dare all’uomo tutto ciò che sinora gli è mancato. Delle forze politiche attualmente in campo saranno vincenti quelle che sapranno incarnare il senso della «grande politica». Siano esse di «destra» o di «sinistra», o di altro ancora.

In proposito vorrei aggiungere che il basso livello culturale delle attuali forze politiche, e non solo italiane, non va interpretato soltanto come qualcosa di negativo. Da tempo molte forze di governo a livello nazionale ed europeo dichiarano di voler agire indipendentemente da ogni «ideologia» e di essere interessate a risolvere i problemi «concreti», «particolari», che vanno via via presentandosi. Quanto esse riescono a fare, oltre alle dichiarazioni, è comunque un agire che è all’oscuro di ciò che sta alle spalle del «concreto» e che appunto non d’altro che del concreto e del particolare si occupa, per quanto gli riesce. E’, questo, un atteggiamento che, sia pure in modo inconsapevole ha di mira la potenza e quindi la tecno-scienza che oggi è la più potente produttrice di potenza.

Sembra che tale atteggiamento sia presente nella Lega e nel Movimento 5 stelle. Per molti aspetti essi sono incompatibili col contenuto del «Manifesto» di Calenda. Inoltre l’esigenza di far valere l’Italia rispetto all’asse, continuamente rinnovantesi, Francia-Germania può essere realizzata o in modo controproducente, come sta avvenendo, o in modo efficace ma attualmente non praticato. (Altre volte ho scritto che per bilanciare quell’asse un avvicinamento dell’Italia alla Russia può essere una buona mossa). Tuttavia Lega e Cinquestelle non sono forse anch’esse un sia pur vago presentimento della destinazione della tecnica al dominio? L’aggregazione delle forze politiche che il «Manifesto» propone esclude questi movimenti, ma l’aggregazione non avrebbe una capacità innovatrice più consistente se riuscisse a portare in primo piano e a valorizzare quel presentimento della destinazione della tecnica al dominio che tende ad avvicinare quei movimenti alla chiara coscienza, che il «Manifesto» possiede, del carattere determinante della tecnica? E non è forse inevitabile che, se ci si prefigge di risolvere i problemi «particolari» e «concreti» – se si ha come scopo l’incremento della potenza – si finisca col riconoscere che tale incremento non può essere dato dal «sovranismo» che separa dall’unione tecnico-economico europea e riduce la potenza, ma dalla collaborazione tra i diversi centri europei della potenza?

È d’altra parte inevitabile che infine si riconosca ovunque che l’incremento indefinito della potenza richiede che lo «scopo» delle società europee non sia la potenza dell’Europa, ma unicamente il puro incremento della potenza. Avere infatti come scopo, oltre alla potenza, anche il suo carattere «europeo», non è forse essere meno potenti dell’aver come unico scopo la potenza? L’aver quest’unico scopo non determina forse che chi se lo prefigge sia destinato al dominio e a lasciarsi indietro anche l’Europa?

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Emanuele Severino – Post

3 pensieri riguardo “IL DOMINIO DELLA TECNICA TRA EUROPA E POLITICA, in Giornale di Brescia, 25 gennaio 2019. Lettera di Emanuele Severino sulle ragioni filosofiche che hanno portato il filosofo bresciano ad aderire al Manifesto di Carlo Calenda

  1. Come sempre, il prof. Severino stupisce per la coerenza delle sue posizioni. In questo caso, egli firma il “manifesto” dell’On. Calenda, e – proprio mentre lo fa, e proprio PERCHE’ lo fa – ne prende distanza, perchè lo sottopone a una critica stringente: la sua posizione è già oltre (NON CONTRO!!!!) i limiti di questa specifica circostanza storica. Quello che mi colpisce di più è come dall’affermazione dell’eternità degli essenti e dalla dimostrazione dell’essenza del nichilismo, il filosofo si cali nella storia concreta (e perciò in qualche misura “isolata”) mediante una presa di posizione pubblica, ma la presenti – se lo capisco bene – come un gradino di una progressiva presa di consapevolezza che ogni fare politico è un più o meno piccolo scacco all’errare e un avvicinamento “asintotico” al suo oltrepassamento. Dunque non allontanamento dalla storia concreta, ma un passaggio obbligato per giungere – anche attraverso l’esperienza del fare – al tramonto delle fedi, incluso quello – finale – della tecnica. Mi sembra una linea di pensiero ricchissima di potenzili sviluppi, e che spinga a chiedersi come si debba fare per essere sempre “dall’altra parte” di ogni posizione storicamente data… Grazie!

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