su UNO, NESSUNO E CENTOMILA di Pirandello. Tratto dalla rivista culturale di comunicazione “Polisemantica, il mondo in un segno”, polisemantica.blogspot.com/

Uno, nessuno e centomila è l’ultimo romanzo di Pirandello, pubblicato nel 1926, dopo quasi vent’anni di gestazione.

Il titolo del romanzo è metaforico della vicenda universale narrata da Vitangelo Moscarda, protagonista, uomo ordinario che si interroga sulla sua vita e sull’impossibilità di esprimersi, di essere conoscibile agli altri.

Lo scopo del romanzo è dimostrare che l’Uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva.

Vitangelo vuole cercare di distuggere le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, facendo capire chi si sente veramente, come egli si considera, ma viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come essa lo immagina.

È il romanzo della semiosi illimitata, come teorizzato da Umberto Eco, la narrazione di un mondo in cui è impossibile comunicare, in quanto, in un processo di costruzione di significato, operato in collaborazione da emittente e da destinatari, ognuno inserisce nel contenitore “testo comunicativo” il senso che preferisce, non quello che effettivamente l’emittente intende comunicare attraverso quel testo.

In pratica, uno sfasamento tra significato e significante, che implica la creazione di un significante assoluto, sciolto da ogni vincolo, poliedrico ma incapace di comunicare, di inviare un messaggio univoco.

Così come affermava Gorgia, antico filosofo greco, “la realtà non esiste; se esistesse non sarebbe conoscibile; se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile”.

Vitangelo Moscarda capisce che le persone sono “schiave” dell’idea che gli altri hanno di loro e pure della propria. Il fatto che la gente lo creda pazzo è per lui la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui.

Con il rifiuto del proprio nome, vissuto come una falsità, come il tentativo di imprigionare in un suono il continuo e incessante fluire della vita, delle emozioni, delle sensazioni, dei pensieri, come se fosse un’epigrafe mortuaria, il romanzo raggiunge il suo sovrascopo: dimostrare che il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura.

Si passa così dalla visione antitetica NOME/VITA e quella che comprende che il nome è un modo, sia pur imperfetto, di contenere psichicamente le CENTOMILA mutevoli e caleidoscopiche inclinazioni umane in un UNO organizzato e coerente, senza il quale si raggiunge solo la morte di qualcuno che è divenuto paradossalmente NESSUNO.

(tratto dalla rivista culturale di comunicazione “Polisemantica, il mondo in un segno” reperibile su web)

 

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