La follia dell’esistere. Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987

La follia dell’esistere
Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987
Com’è diventato filosofo?
Ho sentito parlare per la prima volta di filosofia da mio fratello che era normalista all’università di Pisa, io e mio fratello avevamo otto anni di differenza, lui era del ’21; io del 29; morì nel ’41 durante la guerra, che aveva appena vent’anni. Mio fratello studiava lettere, ma ogni studente che andasse a Pisa era influenzato dal pensiero di Giovanni Gentile. Quindi, per me, il primo filosofo, il primo contatto fu con Gentile. Mio fratello era in contatto con i filosofi di quel tempo, Ruiz, Calogero e altri che conobbi quando avevo 12 anni. A quel tempo studiavo dai Gesuiti qui a Brescia e per l’ambiente di Pisa era come una boccata d’aria. Diciamo che mio fratello fu il tramite e fece sì che leggessi La logica di Gentile e le Opere, ma nel contempo coltivavo un altro interesse che era quello della musica, non come musicista ma come compositore; infatti ho studiato con Luigi Manenti, che scrisse un bel libretto di cui la prefazione fu scritta da un poeta, Francesco Mascialino, che era il padre di quella che poi è diventata mia moglie.
Come conciliava questi due interessi?
Tra le terza liceo classico e il primo anno di università scrissi il mio primo libretto: La coscienza: pensieri per una antifilosofia, naturalmente c’era Schopenhauer, Nietzsche e altri, ma soprattutto Eduard Hanslick, il teorico della musica. Avevo anche coniato un termine, quand’ero ragazzo. In opposizione al termine «eitetica» di Husserl, cioè la riflessione sui significati, il termine «aneitetica», cioè il distogliersi della musica dai significati del mondo. La musica non è un descrivere il mondo ma un ritrarsi dai significati del mondo. Anche qui, Husserl parlava di intenzionalità, cioè rivolgersi verso i significati del mondo, io avevo coniato il termine «ecstensionalità», cioè il dissolvimento dei significati. Allora ci credevo, adesso no. Poi, ho ripreso questo tema, proprio in un libro che ho scritto l’anno scorso per l’Adelphi. Tornando alla musica, essa rappresenta tutto ciò che la cultura occidentale è, cioè il divenire del mondo. Lo rappresenta in forma diversa, con il movimento, che le cose siano movimento, tempo…Questo pensavo a diciotto anni.
Che cosa successe poi?
A quei tempi l’influenza di Schopenhauer e Nietzsche era molto forte. Nel dopoguerra mi iscrissi all’università di Pavia, dove c’era Mariano Maresca, figura molto interessante di quel tempo. Fui studente universitario al famoso collegio Borromeo di cui il rettore era Cesare Angelini, molto amico di Giovanni Papini. Ricordo che un giorno, mentre stavamo mangiando, arrivò proprio con lui. C’erano docenti come Michele Federico Sciacca, poi a Maresca e Sciacca, subentrarono Gustavo Bontadini ed Enzo Paci. Mi laureai con Bontadini, e questo voleva già dire avere un interesse verso i Greci. Pubblicai la tesi che era: Heidegger e la metafisica. Nella tesi cercai di dimostrare un’omogeneità tra Gentile e Heidegger, oggi questo scandalizzerebbe; anche se Gentile era più provinciale di Heidegger, come sostanza può occupare lo stesso posto.
Quando decise di diventare filosofo?
Le decisioni vengono dopo le azioni. A quei tempi avevo già scritto un libretto Note sul problematicismo italiano, dove criticavo Abbagnano, Sciacca ecc. Ero critico verso il grossissimo baronato accademico, dove c’erano persone come Calogero, Spirito, Banfi. Era incoscienza pura, e credo di averne avuto anche dei danni. Stupisce sempre quando si vede un ragazzo di vent’anni criticare i «grandi» ma io ero convinto che uno potesse dire quello che pensava. E’ ovvio che non si può fare così. L’anno dopo la mia fidanzata, ora mia moglie, lesse casualmente che si poteva chiedere la libera docenza senza che fossero passati i cinque anni dalla laurea. Partecipai al concorso e ottenni la libera docenza, che è come ora essere professore associato. Comunque è stato tutto un caso!
Cosa vuol dire essere filosofo oggi?
Volendo stare a un livello alto, direi, che oggi non solo la filosofia, ma l’intera cultura, trae le conseguenze da un modello, che è quello greco: la scienza, la religione, il senso comune, tutte le forme della civiltà occidentale, sono tutti sostenitori della grecità, ma sono lontani dall’autentico riconoscimento del carattere determinante della grecità per l’Occidente. Ora, in questa situazione, tutte le grandi forme di pensiero filosofico sono sviluppi di questo modello. E oggi, fare filosofia in senso radicale vuol dire mettere in discussione quel modello, ma siccome quel modello rimane alla base di tutta la cultura occidentale, vuol dire metterne in discussione l’intero sviluppo. E poi qual è questo modello? E’ il termine che ha usato lei prima dell’intervista, il «Tempo», cioè la persuasione che la realtà sia storica, diveniente, processuale, temporale, che le cose nascano e muoiano, che sono, ma potrebbero non essere, che sono caduche, finite, contingenti, producibili, che sono distruttibili, creabili, annientabili. Ecco, questo concetto che è stato inventato dai Greci, anche se pochi lo sanno, è diventato una convinzione indiscutibile di tutta la nostra cultura. Chi mette in discussione questo? Nessuno. E’ all’interno di questa fede, che lo spirito critico del nostro tempo discute tutto. Bene, fare filosofia in senso radicale è mettere in discussione ciò che viene creduto di estrema evidenza, e cioè il carattere storico, temporale, finito, diveniente, della realtà. Fare filosofia in senso radicale è rendersi conto che ciò che per l’occidente, e ormai per l’intero pianeta, è evidenza suprema, è invece follia estrema, cioè alienazione estrema.
Ma qual è la funzione sociale dell’ «esser filosofo»?
Se per filosofia si intende il suo carattere storico, cioè come forma della cultura occidentale, allora, oggi la filosofia ha il compito di far uscire la civiltà della tecnica dalla fase in cui si trova, dove la scienza ancora ignora i suoi legami con la tradizione filosofica. Perché soprattutto il linguaggio scientifico ignora il proprio inconscio ontologico, cioè ciò che è presente nel linguaggio ma non è espresso semanticamente nel linguaggio stesso. Da questo punto di vista la filosofia può assumersi tale ruolo riportando la civiltà della tecnica ai Greci. Non può fare il passo successivo, cioè vedere la filosofia come cultura dominante, cioè vedere la follia presente nella fede greca del divenire. Questo la filosofia, come esistenza storica, non lo può fare, perché dovrebbe vedere la propria follia. Perché questa stessa follia, che mi riporta ai Greci, dipende dai Greci.
Che cos’è allora la follia?
La follia, nella sua forma più radicale, è credere che le cose siano «niente». D’altra parte, si trovano in molte forme di malattia mentale persone che dicono: «sono niente», «sono un niente», «tutto è niente». Alla base di questa fede nel divenire c’è il fatto che la realtà è storica. L’inconscio dell’Occidente è la persuasione che le cose siano niente e questa persuasione è legata di necessità alle fede greca nel carattere storico, diveniente della realtà. Quindi, chi dice – a livello della sua coscienza – che le cose divengono, nel suo inconscio pensa che le cose, non le cose in generale, ma le cose concrete come il divano, le sedie, la terra, siano niente. Nel proprio inconscio l’occidente, ed è la follia, pensa che le cose siano niente, e le vive come niente, e proprio perché le vive come niente può proporsi di crearle e di distruggerle. Tutti i progetti di dominio presuppongono questo. Perché lei pensa di poter dominare una situazione? Perché crede nella fluidità, nel carattere fluido e diveniente della realtà. L’agire sottintende la follia, la convinzione del carattere diveniente del mondo.
Professor Severino che cosa pensa dell’inconscio?
L’inconscio in senso freudiano è un’ipotesi di tipo induttivo, in sostanza data una certa analisi del modo in cui si comportano le rappresentazioni della mente, Freud dice che bisogna supporre una loro permanenza, anche quando non sono esplicitamente consapute, che è un’induzione di carattere ipotetico. Qui si allude a qualcosa di diverso, a un nesso necessario tra la fede nel divenire e la persuasione che le cose siano niente. Però, chi ha fede nel divenire non si rende conto di ciò che la sua fede implica, e questo è l’inconscio: il non rendersi conto di ciò che la fede nell’occidente implica di necessità. Questa parola, «necessità», sta per «destino della necessità». La cosa decisiva non è una tesi, è la fondazione di una tesi. Una tesi separata dalla giustificazione può somigliare a un’altra tesi. Però in quanto legata a un certo tipo di fondazione, che non è quella di tipo scientifico-psicologico, allora si trasfigura… Il tipo di fondazione freudiana usa quella logica analitica che è riconducibile alla logica greca. L’assonanza ci può essere nel senso dell’assonanza tra i due inconsci, ma non più che un’assonanza. La logica della scienza non è la logica del destino.
Perché usa la parola destino?
Uno psicologo sa che cosa vuol dire epistemologia, ma epistemologia è una parola moderna che ha perduto il significato fondamentale della parola episteme. Noi traduciamo epistemologia come: riflessione sulla scienza, analisi della scienza o riflessione metodica sulla scienza. Però episteme in greco significa qualcosa di diverso, cioè «lo stare che sta sopra», la capacità di stare su ogni possibile avversario, su ogni possibile negazione e quindi, su ogni possibile novità che sia introdotta dal corso del mondo. Quando noi traduciamo con episteme «verità definitiva» è un cattivo modo di esprimere il vero significato di episteme. Quindi la filosofia – cioè la filosofia dei Greci – nasce come «episteme» ma nasce insieme con l’invenzione del «divenire» e la fede nel «divenire» rende impossibile lo «stare» che l’episteme intende essere. La fede nel divenire impedisce ciò che chiamiamo verità definitiva, verità assoluta e immutabile. Prima dei Greci non si riflette, appunto, su questa opposizione infinita di «essere e niente» che è quella che consente di definire il «divenire» come «uscire dal niente e ritornare nel niente», in cui tutti credono, anche lei…Si tratta di comprendere che quando tramonta quella fede, allora ridiventa possibile l’apparire autentico dello «stare». Ridiventa possibile quello che non è stato possibile lungo la storia della verità occidentale. Questo «stare», quindi, liberato da quella fede che rende impossibile lo stare, è appunto indicato dalla parola «destino». E’ bellissima questa parola che a noi deriva dalla lingua latina, e che ad esempio, la lingua tedesca non possiede. E’ una parola costruita in modo simile a «episteme». «Stino» viene dal latino destinare che è costruito sulla radice «Sta» e quel «de» di destino sono propenso a intenderlo non come indicante un «provenire da», ma come un’intensificazione che c’è in certi verbi come deamare che vuol dire «amare molto», amare intensamente. Destino in senso di «stare molto», in modo pieno. Tutto ciò per ritornare all’uso della parola destino, per dire che il modo in cui si afferma l’inconscio è all’interno di una logica che è la logica del destino, che non è la logica dell’induzione, non è la logica scientifica, non è la logica della scienza moderna e non è nemmeno la logica della filosofia greca e della storia del pensiero filosofico. L’inconscio ha un’assonanza, ma non più che un’assonanza e la logica che lo sorregge e gli alita dentro è radicalmente diversa.
Quindi la morte che cos’è?
Per l’Occidente è l’annientamento delle cose e dell’uomo, ma nell’apparire del Destino, la morte è il contenuto di uno dei modi in cui si presenta la follia dell’Occidente, la persuasione di morire è stata inventata dai Greci. Prima dei Greci si muore in modo diverso, perché non si pensa al «niente». Con i Greci si incomincia a morire in modo radicale nel senso che si incomincia a pensare che il morire sia andare nel «niente». Questa è la follia. La morte è uno dei contenuti emergenti della follia. Questo non vuol dire che non si presentino nell’apparire delle cose tutti quei fenomeni che noi diciamo, malattia, decrepitezza arresto, ma anche tutte queste forme sono esse stesse come l’ «istante», nulla si annienta, neppure le forme orribili dell’esistenza. Siccome morte vuol dire «annientamento delle situazioni» l’ultimo annientamento è quello della vita nella sua interezza. Quando io divento infelice, muore la felicità, vuol dire che si annienta la felicità. Ecco, quando lei mi domanda che cos’è la morte – rispondo – la morte non è un’oggettività, è l’immagine che si presenta nel sogno della follia, cioè la persuasione di annientarsi, e anche la nascita, che è uscire dal «niente»…
Ma lei ha paura di morire?
Come individuo, con la mia storia occidentale nel sangue, come «non verità», anch’io sono impastato della stesa materia di tutti gli altri, quindi, anch’io posso temere la morte. Ma l’individuo non è quello che conosce la verità. Bisogna rovesciare questo concetto che io sono, qui, un fascio di luce che coglie la verità…Sono incluso nell’apparire del destino. L’individuo è «non verità», non può essere santificato, non c’è possibilità di una salvezza dell’individuo in quanto individuo.
Lei ama molto la mente umana?
Io amo molto l’errore! Come la morte, l’individuo non è una realtà oggettiva, è il contenuto di una persuasione, non esiste l’individuo. Però esiste la persuasione che dice: io sono un individuo, cioè esiste l’errore. Più ancora, esattamente, non esiste il contenuto dell’errore, ma l’errore.
E’ possibile che il filosofo sia stato in qualche modo, storicamente, il primo psicoterapeuta, magari inconscio?
Se psicoterapeuta vuol dire curatore dell’angoscia dell’anima, allora sì, la filosofia nasce per curare l’angoscia del divenire. L’episteme di cui parlavo prima è appunto la terapia, perché ciò che terrorizza è l’imprevedibilità presente nel divenire. Allora, la cura dell’angoscia è la «previsione», quindi, la prima grande forma di previsione è la filosofia in quanto «episteme» perché l’episteme definisce il senso definitivo del mondo al quale tutte le cose devono adeguarsi, quindi, è la previsione per eccellenza. Poi questa previsione epistemica sarà sostituita dalla previsione scientifica, ma il compito è sempre quello di anticipare il senso del mondo, in modo da rendere sopportabile l’angoscia e l’angoscia è per il Divenire. Anche qui, l’uomo si angoscia a partire dai Greci in modo diverso da come si angosciava prima dei Greci. Non esiste una categoria metastorica dell’angoscia come intendeva, forse, Freud, e forse anche Jung. L’angoscia occidentale invade oggi la terra perché è l’angoscia per il niente, di fronte al niente. Non occorre aspettare Kierkegaard o Heidegger per parlare dell’angoscia…Eschilo, la tesi che io ho sostenuto, è non solo uno dei primi grandi filosofi, ma è quello che dice che «la verità salva del dolore e dall’angoscia», quindi, non solo è il primo psicoterapeuta, ma sa di esserlo.
Perché l’individuo si ammala? E come guarisce?
Guarire vuol dire uscire dall’errore. La radice di ogni possibile guarigione è uscire dall’errore dell’Occidente che è sempre lo stesso errore. La storia dell’Occidente è unificata da un unico errore. L’autentica storia della follia è la permanenza della storia originale della follia. Poi, ci sono le varie rifrazioni, specificazioni, è tutto un lavoro subordinato, derivato rispetto all’origine.
Che cos’è quindi l’Essere?
L’Essere è l’oggetto di tutta la storia della filosofia. I Greci pensano l’Essere come attraversato dal «niente» e anche qui si tratta di liberarsi da questo attraversamento. Potremmo parlarne per un decennio… Però sempre l’Essere è pensato come Tempo. Il titolo che Heidegger ha dato alla sua opera, Essere e Tempo, è un titolo il cui contenuto è presente sin dall’inizio nella nostra cultura. L’Essere e Tempo è attraversato dal «niente». Il Divenire, questo è il senso folle dell’Essere.
E il significato della Psiche?
Nella storia della filosofia ad esempio, Aristotele dice che l’anima, la psiche è in un certo modo tutte le cose perché le manifesta. Nella storia della filosofia l’anima è sempre stata intesa, da un lato, come la manifestazione del divenire, e dall’altro, come centro dell’azione, il principio dell’azione. Si decide di agire solo in quanto di possiede la fede nel divenire. L’anima è una delle forme tipiche di questa fede, perché ogni forma di dominio del mondo ha nella psiche, cioè nel centro cosciente dell’individuo, il proprio principio. Quindi, è chiaro che nei miei scritti io non sia affatto d’accordo su questo modo costante d’intendere l’anima come principio attivo di riflessione nel mondo diveniente e come principio attivo d’azione. Così come la morte, l’anima è una delle espressioni tipiche della follia.
Professor Severino il simbolo che cos’è?
Il simbolo per eccellenza è il linguaggio. Il linguaggio ha dominato tutta la storia del mortale perché il quadro è più ampio di quello che le ho detto. Cioè, la fede greca nel divenire è l’espressione di una alienazione più originaria di cui l’isolamento della terra dal destino è la volontà che isola la terra dal destino, guardando se stessa dice: «io sono un mortale». Ecco, la persuasione di essere mortale sta alla radice del nichilismo, che, appunto, si esprime in quello che dicevamo (fede greca nel divenire). Il quadro totale dal quale non c’eravamo fin qui sollevati è la contesa tra l’apparire del «destino della verità» e «l’isolamento della terra dal destino della verità». Il linguaggio, cioè il simbolo che ha preso il sopravvento, è stato quello che ha nominato la terra «isolata», quindi, ogni parola è stata riservata alla «terra» isolata dal «destino». Per me, il termine «terra» non una metafora, ma è qualcosa di molto preciso. E’ tutto ciò che nell’apparire, sopraggiunge e si congeda dall’apparire, quindi, è un termine tecnico che corrisponde in parte all’uso comune della parola terra, ma è contrapposto a ciò che chiamo «lo sfondo», cioè ciò che da sempre, per sempre, appare. Il simbolo dominante nomina la «terra isolata». Nella storia del mortale il linguaggio ha nominato la «terra isolata». Anche qui, il linguaggio diverso, alternativo, è cominciare a nominare la verità, il non isolamento della terra. Un risposta concreta dovrebbe procedere da questo tema dove qui la parola singola è intesa nella forma più elementare di significato di linguaggio. Il simbolo è il linguaggio che nomina il quadro, cioè la totalità dell’essente visibile, la totalità di ciò che appare, che è ben più di quello che crediamo che appaia, che è ben più di quello che la fenomenologia o la scienza crede di rinvenire. Anche tutte le forme di psichiatria fenomenologica ispezionano solo una dimensione estremamente ridotta di ciò che appare. Non si tratta di andare al di là del visibile per trovare l’invisibile, ma si tratta di rendersi conto che nel visibile c’è molto di più di ciò che crediamo ci sia.
La Metafisica è ancora attuale?
Se per Metafisica si intende la tradizione filosofica e cioè il pensiero che a partire dal mondo diveniente sale al mondo immutabile, allora la Metafisica in questo senso è destinata a tramontare, anzi, è tramontata soprattutto nelle forme del sapere scientifico, della «società della tecnica». Se per Metafisica invece si intende, e questi significati sono entrambi presenti nel pensiero filosofico, il pensiero che si volge alla totalità dell’essere e quindi, si volge a ciò che ha fuori di sé, cioè al nulla, per questo l’essere non può essere oltrepassabile. Ci può essere un’eclisse della Metafisica, ma è impossibile prescindere dalla considerazione del tutto. Allora in questo senso non ci può essere un tramonto della Metafisica. Certo che se il tutto è la totalità che unifica il divenire, allora è inevitabile che ci siano quelle forme di critica al pensiero totalizzante che oggi vanno per la maggiore. Se il tutto è il tutto greco, se la totalità dell’Essere è la totalità greca dell’Essere, allora è inevitabile la critica a ogni forma di olismo, di pensiero totalizzante, ogni forma che pretenda di unificare il molteplice diveniente. Quindi, affinché si possa parlare di Metafisica, in questo secondo senso, come comprensione della totalità dell’essere, bisogna ancora una volta oltrepassare la fede nel divenire. Allora sì, è possibile parlare in modo non fallimentare dell’unità del Tutto, del Tutto che non lascia fuori di sé nulla, e quindi, dell’ essere. Dove essere è la totalità del positivo visto nella sua impossibilità di non essere. La totalità delle determinazioni positive viste nella loro eternità, dove ciò che è eterno è ciò il cui non essere è impossibile.

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