EMANUELE SEVERINO SU JUNG E FREUD attraverso Umberto Galimberti, citazione a cura di Vasco Ursini

Per Jung e Freud – ma in questa direzione si muovono già Nietzsche e Schopenhauer – la ragione umana viene da molto lontano: dal caos originario, abisso tenebroso e insondabile che è insieme tremendo e felice. In esso è il segreto della nostra esistenza. E Jung vi scorge le forme del “Sacro”, del Mito originario, di “Dio”. Che però non sono, come per la ragione metafisica, realtà effettivamente esistenti, ma impulsi profondi, bisogni fondamentali della parte più profonda dell’anima – l’inconscio – dai quali dipende il destino dell’uomo; ma che stanno al di là di ogni discorso della ragione sul senso del mondo. Jung sa bene che la filosofia di Kant è la “madre della psicologia moderna”.
La questione preliminare è allora come si possa parlare dell’inconscio, ossia di ciò che stando al di là del pensiero cosciente, ne è anche il limite.

Molto opportunamente, allora, Umberto Galimberti pone all’inizio de ‘La terra senza il male. Jung: dall’inconscio al simbolo’ (Feltrinelli, 1984) un’espressione di Wittgenstein, della quale però il pensatore viennese dimentica che, quasi con le stesse parole, era stata lungamente meditata da Hegel: “Per tracciare al pensiero un limite, dovremmo dover pensare ‘ambo i lati’ di questo limite (dovremmo dunque dover pensare quel che pensare non si può)”. Ma Jung non arretra di fronte a questa difficoltà. E nemmeno Galimberti, che anzi intende rimettere in luce, nel suo libro, le implicazioni fondamentali della psicoterapia junghiana.
All’inizio dei tempi – ricorda Galimberti – il Cielo copre, la Terra sostiene e l’Uomo avvicina e unisce il Cielo e la Terra. Per Jung, Terra, Cielo, Uomo sono le forze dell’inconscio. Ma poi l’armonia si spezza, l’Uomo si trova estraneo alla Terra, il Cielo non lo protegge ma gli spalanca la minaccia delle infinite distanze, la terra diventa indifferente all’Uomo. Così parlano i miti più antichi, la religione, la filosofia. Il responsabile della lacerazione è l’Uomo stesso, in quanto si pone come “io” e, correlativamente, come progetto di dominazione del Cielo e della Terra, Il “male radicale” è appunto la volontà progettante dell’Uomo. Sono grandi temi. Ma si vorrebbe sapere perché l’unione originaria sia “bene” e la separazione progettante “male”. La risposta di Jung è che la separazione e la connessa progettualità (coordinazione di mezzi in vista della produzione di scopi) stiano alla radice dell’anomalia psichica.
Galimberti scrive che “la tanto deprecata volontà di potenza è solo un disperato tentativo di sfuggire all’indifferenza della terra”. Sono d’accordo anch’io sul fatto che la volntà di potenza è oggi deprecata a buon mercato, Non mi è chiaro invece il rapporto che Galimberti istituisce tra il “male radicale” – cioè il sorgerte dell'”io” e del suo progettare, che provocano l’isolamento della terra – e la volontà di potenza intesa come “disperato tentativo di sfuggire a tale indifferenza, Proprio dal punto di vista di questo discorso, l’originaria volontà di potenza non è forse il sorgere dell’ “io” separante e del suo progettare? E non è la volontà di essere un “io” a rendere indifferente la terra rispetto a ciò che si è staccato da essa? Se Galimberti mi concede questo, allora le parti si invertono: l’indifferenza della terra è la ‘conseguenza’ e non la causa dell’originaria volontà di potenza,
A proposito della quale, poi, si dovrà pur incominciare a vedere in che senso è possibile qualificarla come “male”. Intendo dire che al di là di ogni forma di psicologismo la separazione autenticamente originaria è quella in cui la ‘terra’ – nel senso che a questo termine viene conferito nei miei scritti, ossia la ‘terra’ come totalità degli eterni che sopraggiungono nel cerchio dell’apparire (…) e quindi come includente la “Terra”, il “Cielo” e lo stesso “io” separante a cui si riferisce Umberto Galimberti – è isolata dal destino della verità (cfr., in ‘Essenza del nichilismo’, “La terra e l’essenza dell’uomo”).

da Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 128 – 130


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