una lettura suggerita da Vasco Ursini: sul ” RITORNARE A PARMENIDE ” (Emanuele Severino, Sortite. Piccoli scritti sui rimedi (e la Gioia), Rizzoli, Milano 1994, pp. 273 – 278)

” RITORNARE A PARMENIDE ”

Nietzsche riteneva di essere il solo filosofo che in due millenni e mezzo fosse riuscito a sottrarsi alla plumbea seduzione di Parmenide – il pensatore di Elea che Platone chiamava ” venerando e terribile “. Ma il rapporto tra la filosofia – e, anzi, la cultura e la civiltà stessa dell’Occidente – e Parmenide è estremamente più complesso e ambiguo. Siamo forse dinanzi al nodo e all’enigma più profondo della nostra storia. Tanto che potremmo azzardarci ad affermare che il messaggio di Parmenide è più decisivo di quello di Buddha e di Cristo, e della stessa scienza moderna.
Ma che cosa dice? Non sembra una domanda particolarmente complessa: si limita a chiedere che cosa ha affermato Parmenide. Eppure è già estremamente difficile darle una risposta. Anzitutto, perché di Parmenide ci sono giunti solo pochi frammenti citati nelle opere di antichi autori. E si tratta di versi, scritti nella lingua greca di cinque secoli prima di Cristo. Inoltre – e proprio all’opposto di quanto potrebbe sembrare – il problema dell’interpretazione dei frammenti è complicato dal fatto che lungo l’intera storia del pensiero filosofico, dai discepoli di Parmenide a Platone, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Hegel (e si può aggiungere anche il nome di Heidegger) il pensiero di Parmenide è stato interpretato in modo sostanzialmente omogeneo: per questo pensiero, che per la prima volta nella storia dell’uomo si rivolge a un senso radicalmente nuovo dell’ “essere”, l’ “essere” non è le cose, gli enti, ma, se si vuole usare una similitudine, è come la luce rispetto alle cose colorate; una luce, tuttavia, così accecante che non le illumina, ma le arde e le dissolve. Ossia il mondo è illusione e solo la pura luce dell’ “essere” è. Eternamente.
Parmenide non si limita ad affermare questa tesi: con lui incomincia quel procedimento del pensiero che poi verrà chiamato “dimostrazione”. Appunto per questo tutta la filosofia dopo Parmenide vuole salvare il mondo dalla distruzione, pepetrata dal pensiero parmenideo. E Platone riterrà indispensabile il “parricidio”, ciè l’uccisione del padre Parmenide.
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A partire dal secolo scorso ci si rende sempre più conto della complessità del Poema di Parmenide: fino a che punto la luce dell’ “essere” illumina le cose e fino a che punto le annienta? Quasi trent’anni fa ho pubblicato uno scritto, il cui titolo, ‘Ritornare a Parmenide’, allude al compito primario della filosofia, in cui è coinvolto il destino stesso della nostra civiltà. Non si tratta però di essere nuovi parmenidei, ma di ripetere in modo esenzialmente diverso il “parricidio”. Si tratta di riusicire per davvero ad andare oltre Parmenide – il Parmenide che lungo l’intera storia della filosofia si presenta con un volto sostanzialmente costante. E perché parlare di “ritorno”? Perché Parmenide indica qualcosa di essenziale, che lungo la storia dell’occidente è andato perduto: l’eternità dell’ “essere”. Per Parmenide, eterno è l’ “essere”, inteso come pura luce. Si tratta invece di comprendere che eterno è tutto ciò che è, tutti i colori illuminati.
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Nei miei scritti, “ritornare a Parmenide” significa che è necessario ‘ripetere il parricidio’ mediante il quale Platone procede oltre Parmenide. La forza straordinaria del pensiero di Parmenide minaccia l’esistenza del mondo. Platone – e Aristotele – intendono salvare il mondo da Parmenide. Ma il modo in cui essi operano tale salvazione – e in essa consiste appunto il “parricidio” – mantiene viva l’essenza di ciò che in Parmenide porta alla negazione del mondo: l’essenza del nichilismo. Parmenide ha un’importanza unica nella storia dell’uomo,perché è, insieme, il padre del nichilismo e colui che indica la direzione lungo la quale il nichilismo può essere oltrepassato. L’oltrepassamento del nichilismo è la salvazione autentica del mondo. Per Parmenide ciò che è eterno è l’essere, ma non le cose concrete del mondo: esse, per lui, sono niente. Platone e Aristotele intendono salvare le cose dal niente. Ma le concepiscono come ciò che esce e ritorna nel niente. Solo apparentemente essi e l’intera cultura occidentale) procedono oltre Parmenide. L’oltrepassamento autentico di Parmenide richiede che l’eternità, l’impossibilità di non essere, non sia riferita semplicemente all’essere, ma a ogni determinazine, a ogni istante. Nessun istante è “il primo e l’ultimo”, perché ogni istante, nella concretezza del suo contenuto, è eterno e non è dunque mai travolto dall’annientamento della morte. Il che, certo, implica un’ermeneutica del divenire, radicalmente diversa da quella dominante nella cultura occidentale: il divenire, inteso come l’apparire e lo scomparire degli eterni astri dell’essere – ogni cosa, ogni situazione, ogni azione essendo un eterno astro dell’essere.
(Emanuele Severino, Sortite. Piccoli scritti sui rimedi (e la Gioia), Rizzoli, Milano 1994, pp. 273 – 278).

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