Vasco Ursini, Confronto tra Heidegger e Severino, tratto da: Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013

All’interno dell’attuale dibattito filosofico è stata sancita una netta differenza tra la filosofia di Heidegger e quella di Severino, e tuttavia c’è ancora qualche critico che invece ritiene che il pensiero di Severino sia stato fortemente influenzato da quello di Heidegger.

Questa influenza sarebbe dimostrata dall’uso da parte di Severino di molte tematiche dello Heidegger (essere, ente, differenza ontologica, destino, nichilismo, tecnica ed altro ancora). Il confronto che ci accingiamo a fare tra le due filosofie dimostrerà che tra esse c’è solo un uso di termini uguali ai quali però ciascuno dei due filosofi assegna significati radicalmente diversi e quasi sempre in netta contrapposizione.

Cominciamo a vedere come i due filosofi intendono i termini “essere” e “ente“. Per Heidegger l'”essere” differisce dall'”ente”. Questo differire è la “differenza ontologica”. Egli chiama “ontologia” la riflessione sul Sein (Essere) per distinguerla dalla riflessione sul Seiendes (Ente) chiamata riflessione “ontica”.

L'”essere” per Heidegger è il lasciar essere l'”ente”, è la pura “luce”, autonoma e indipendente rispetto ai colori (gli essenti). L’essere è das nichts (il nulla). Questo “nulla” è il nulla dell’essente. L’essere è quel nichts che tuttavia non è il nihil absolutum: esso è niente in quanto non ente, e non in quanto inesistente. In questo senso di deve dire che anche l’essere di Heidegger è un essente, qualcosa che è, che nega di essere un nihil absolutum, l'”assolutamente nulla”; ma poiché l’essere non si presenta come si presentano gli altri essenti, l’essere differisce da ogni altro essente, e in questo senso si deve dire che non è un ente.

L’essere insomma è ciò che, lasciando essere l’ente, che dunque è presente, non si presenta: nello stesso atto in cui illumina e presenta l’ente, l’essere si ritrae e si nasconde.

In questo senso l’essere è l’apparire. Nell’ultima fase del suo pensiero, tale apparire sarà pensato da Heidegger come il “dire” che, prodotto “il detto”, si nasconde sottraendosi all’apparire. Proprio per questo Heidegger arriverà ad affermare che soltanto il linguaggio poetico è il linguaggio in cui la verità parla.

Heidegger afferma che la filosofia occidentale ha ignorato la differenza tra essere e ente. E aggiunge che per questo la metafisica occidentale, confondendo l’essere con l’ente, non ha assolto al suo compito e, pensando soltanto l’essente come tale e mai propriamente l’essere come tale, si è trasformata in “fisica”.

Heidegger ritiene che soltanto i primi filosofi sono riusciti a pensare la verità come “alétheia” (“disvelamento”), ma che, a partire da Platone, l’intero sviluppo della metafisica conduce alla concezione scientifica e tecnica dell’ente come ciò che è manipolabile. La scienza moderna ha poi approfondito ed esplicitato la dimenticanza metafisica dell’essere.

Anche Severino parla di “differenza ontologica”, ma in un senso radicalmente diverso da quello di Heidegger: mentre in Heidegger, la “differenza ontologica” indica, come è stato già detto, la differenza tra essere e ente, per Severino essa indica, come si è visto nelle pagine precedenti, la differenza tra l’apparire finito e l’apparire infinito del destino, differenza che implica l’affermazione della contraddizione C e della sua ineliminabilità.

L'”essere”, o l'”essente”, al quale si rivolgono gli scritti di Severino, non si colloca dunque all’interno della dimensione ontologica elaborata da Heidegger. L'”essente” è per Severino tutto ciò che non è un nihil absolutum. Tutto ciò che è essente è essere e viceversa.

Anche Severino, al pari di Heidegger, ritiene che la metafisica sia stata una fisica, ma non perché la metafisica abbia confuso l’essere con l’ente, ma perché ha concepito l’esser sé dell’esente come temporalità: “L’essere è quando è, e non è quando non è”.

Severino ritiene che Platone è il seminatore della civiltà occidentale e che la metafisica platonico-aristotelica affermando che l’essere è sin tanto che è, conferisce a tale affermazione un significato autocontraddittorio, per cui l’essere così concepito è un errore, un’impossibilità logica e dunque un atto di fede.

Sia Heidegger che Severino affermano che la filosofia occidentale da Platone in poi è la storia del nichilismo. Ma mentre per Heidegger la filosofia occidentale è caduta nel nichilismo perché è stata incapace di pensare l’essere e lo ha trattato come se fosse un ente, per Severino vi è caduta perché ha pensato che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente, ha pensato cioè l’esistenza del divenire.

Sostanzialmente dunque il destino severiniano è la negazione della verità dell’essere heideggeriana.

Heidegger afferma che il misconoscimento dell’essere operato dalla metafisica non è un errore dell’uomo, ma un evento. Anche la metafisica e il nichilismo devono essere visti come eventi dell’essere. L’essere si svela nell’evento, lascia essere gli enti e subito si sottrae.

Per uscire dall’oblio nichilistico, occorre, secondo Heidegger, che l’uomo si abbandoni all’essere, lasciandolo essere e diventandone il pastore. Poiché l’essere è il disvelamento dell’ente, lasciar essere l’essere vuol dire lasciar essere ogni evento, anche quello rappresentato da quella forma di nichilismo che è la tecnica, che non è il prodotto della volontà umana, ma soltanto un momento della storia dell’oblio dell’essere. Poiché il nichilismo è affermazione del niente, la riflessione su di esso può consentire il superamento della metafisica.

Anche la tecnica è per Heidegger una forma di disvelamento. Conseguentemente la volontà di dominio espressa dalla tecnica non è un errore da combattere, ma un modo di offrirsi dell’essere che occorre ascoltare per aprirsi alla salvezza. La tecnica  per lui non è nulla di tecnico, ma è invece essenzialmente legata alla pòiesis  e quindi concepita quale produzione del vero e del bello.

Severino pensa invece, lo si è già visto, che la civiltà della tecnica è una delle forme più coerenti dell’alienazione nichilista, in cui si nega l’essere in quanto tale.

Heidegger afferma che l’essere si rivela nel linguaggio, che è la casa dell’essere. Tale linguaggio non è niente di linguisitco, come la tecnica non è nulla di tecnico. Il linguaggio che accoglie l’essere come evento e non come ente è il linguaggio poetico, in cui il “Dire” è il “non-detto” così come l”Essere” è il “non-ente”.

Mentre nella lingua della comunicazione la parola è un detto, nel linguaggio poetico la parola è apertura del “Dire”, che sta sempre necessariamente oltre il detto e il suo significato. C’è dunque, secondo Heidegger, uno scarto irriducibile tra “Dire” e “Detto”, tale per cui il “Dire” si perde appena si racchiude nel “Detto”.

Proprio per il fatto che l’essere si rivela nel linguaggio poetico come ciò che trascende il detto, la filosofia deve diventare, secondo Heidegger, “pensiero poetante” e “poesia pensante”, riappropriandosi così dell’antico linguaggio della filosofia aurorale, ove l’oscurità del dire evita le categorie della logica.

Sulla scia di queste posizioni heideggeriane, i filosofi del cosiddetto “pensiero debole” affermano che il pensiero di Severino permane nella logica della “ratio” perché punta esclusivamente sull’ente dimenticandosi dell’essere.

Severino risponde a questa critica con grande determinazione:

“L'”ente” e l'”essere” – inteso, quest’ultimo, come percipi, “apparire” – (che per Heidegger costituiscono la differenza ontologica) hanno in comune l’essere dei significati, giacché se per Heidegger il significato “ontico” differisce dal “senso” dell'”essere”, tuttavia “significato” e “senso” hanno in comune quel più ampio senso del significare che include anche il “senso” dell'”essere”, ossia hanno in comune quel più ampio senso del significare che si oppone all’assoluta assenza di significato o di senso, cioè al niente, al nihil absolutum. Ma questo più ampio senso del significare, che anche Heidegger ha lasciato sullo sfondo, non può essere l'”apparire” ( che, appunto, è una dimensione parziale di quel senso – tanto che per Heidegger l'”essere è finitezza) – e nemmeno l'”ente” in quanto contrapposto all'”apparire”, ma è l’essente in quanto essente, e pertanto la totalità dell’essente, che nel cerchio dell’apparire del destino è l’esser sé dell’essente, e pertanto è il non contraddicentesi esser sé dell’essente in quanto apparire della totalità infinita degli essenti” (Oltrepassare, Adelphi, Milano 2007, pp. 319-320).

Avviandoci alla conclusione di questo confronto, va detto che anche per Heidegger la storia dell’Occidente è stata la storia del nichilismo, ma in un senso completamente diverso da quello espresso da Severino, di cui si è data ampia trattazione nelle pagine precedenti. Un’ultima osservazione va fatta sulla posizione da loro assunta nei riguardi dell’aporetica del nulla: mentre Severino l’ha affrontata approfonditamente e a suo dire risolta, Heidegger riteneva che essa non potesse avere soluzione perché parlare del nulla è un gioco di parole vuoto e contraddittorio.

( Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

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