Vasco Ursini, Il nichilismo. Scritto tratto da: Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013

In questo saggio (Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo? Book Sprint Edizioni, 2013) si è fatto largo uso del termine “nichilismo” al punto che si può dire che esso è intriso di nichilismo, inteso per lo più nell’accezione assegnatagli da Severino. Ne parlo nei capitoli IV, VII, X e XVI e poi ancora qua e là nello sviluppo del saggio. E’ tuttavia opportuno richiamare qui la definizione che Severino ne dà e i fondamenti che la sostengono:

“Nichilismo” è pensare che l’essere viene dal niente e ritorna nel niente: è “pensare, assumere e vivere come niente ciò che non è un niente. Qualsiasi altra definizione di nichilismo (e la cultura europea ne è indubbiamente ricchissima) deve inevitabilmente fare i conti con questo significato centrale ed elementare del termine” (La strada, la follia e la gioia, cit., p. 75).

Va pure ribadito che Severino accusa di nichilismo l’intera filosofia occidentale in quanto essa, credendo nel tempo e nel divenire degli essenti, cioè nel loro “non essere ancora” e “non essere più”, pensa l’ente come se fosse un niente.

Il pensiero di Severino è un blocco monolitico e unitario costituito nel suo nucleo essenziale da due componenti: l’analisi della struttura fondamentale dell’Occidente in quanto storia del nichilismo dimentico dell’essere, e l’analisi teoretica della struttura necessaria e incontrovertibile dell’essere nella sua radicale e assoluta differenza dal niente.

Severino – lo si è sottolineato già nelle pagine precedenti – ritiene che l’Occidente ha la sua motivazione metafisica più profonda in una struttura inconscia, che è riconducibile, nella sua essenza, alla volontà che l’ente sia niente. Questo nichilismo di fondo si manifesta in tutte le fasi del pensiero occidentale, tutte accomunate nel credere nell’evidenza del divenire.

Secondo Severino, è proprio questa fede nell’esistenza del divenire che induce a pensare che le cose siano niente. Pensare che le cose siano nel tempo, e che escano dal niente e vi ritornino, significa pensare che esse, pur essendo enti, siano state niente nel passato e torneranno a essere niente nel futuro. Pensare ciò significa ammettere che in un certo tempo (nel passato o nel futuro) l’ente sia niente. Nel pensare e dire che le cose sono nel tempo, che le cose passate non sono più e quelle future non sono ancora, noi pensiamo e diciamo che “l’ente è niente”. Ma pensando e dicendo ciò, non ci si accorge, secondo Severino, della contraddizione su cui si fonda questa nostra fede nel nichilismo:

“Per la metafisica, le cose “sono”. Il loro “essere” è il loro non essere un niente. In quanto sono, si dicono “enti” o “esseri”. Ma l’ente, come tale, è ciò che può non essere: sia nel senso che sarebbe potuto o potrebbe non essere, sia nel senso che incomincia e finisce (non era e non è più). La metafisica è il consentimento al non essere dell’ente. Affermando che l’ente non è – consentendo all’inesistenza dell’ente -, afferma che il non-niente è niente. Il pensiero fondamentale della metafisica è che l’ente, come tale, è niente” (Essenza del nichilismo, La terra e l’essenza dell’uomo, cit. p. 195).

Secondo Severino, l’Occidente, a partire da Parmenide, è entrato entro l’orizzonte di tale nichilismo e non ne è più uscito, e, ormai, vi è dentro l’intero Pianeta. Sono preda del nichilismo tutte le civiltà, tutti i popoli, le religioni, le istituzioni sociali, che rimangono legati alla fede nel divenire.

Egli in conclusione afferma che però è nella civiltà occidentale che tale fede perviene, per il dominio in essa esercitato dalla tecnica, alla sua forma più alta e alla sua diffusione più profonda e ineliminabile, E’ questo infatti il luogo dove il nichilismo perviene al suo massimo grado di sviluppo, il luogo cioè dove non solo il pensiero, ma anche l’agire dell’uomo è guidato dalla convinzione nichilistica che le cose sono niente, in quanto si crede che esse provengono dal niente e tornano nel niente e dunque possono essere fabbricate e distrutte.

La tecnica infatti presuppone che le cose possono essere prodotte (dal niente) e distrutte (nel niente), secondo il proprio volere. Questo compito di creare e distruggere le cose un tempo  prerogativa esclusiva di Dio, è ormai rivendicato dalla tecnica. Pertanto si può dire che la teologia è la prima forma di tecnica e la tecnica è l’ultima forma di teologia. E Severino può scrivere:

“Dio e la tecnica moderna sono le due fondamentali espressioni del nichilismo metafisico” (Ibi, p. 140).

Sulla base di questa concezione del nichilismo, Severino elabora la sua diagnosi critica del mondo contemporaneo e dei valori da esso prodotti. Il venire e l’andare nel niente implica inevitabilmente il dissolvimento e il tramonto di tutti gli “Immutabili” dell’Occidente, prodotti nella storia: il Dio del cristianesimo, quello di tutte le altre religioni, il capitalismo, il marxismo, tutto il pensiero filosofico da Platone ai nostri giorni. La causa del loro tramonto sta, non soltanto negli accadimenti di un processo storico-culturale, ma soprattutto nell’accettazione nichilistica, pressoché generale, del divenire.

Da quanto detto sin qui mi pare risulti evidente che la concezione del nichilismo di Severino va ben al di là dell’accezione filosofica comune del termine. Essa propone di abbandonare senza ulteriori indugi il “Sentiero della Notte” finora “seguito” e di incamminarsi nel “Sentiero del Giorno” aperto da Parmenide. Ci si pone così nella condizione di riconoscere la necessità che “l’essere è e non gli è consentito di non essere”, e che “il nulla non è e non gli è consentito di essere”. Severino propone dunque di “ritornare a Parmenide” ma correggendone la posizione, convincendosi cioè che quello che Parmenide dice dell’essere va detto degli enti, di ciascun ente.

Occorre dunque ripetere, secondo Severino, il “parricidio” con il quale Platone aveva tentato, senza riuscirvi, di salvare il mondo dei fenomeni. Occorre ripetere il parricidio per ricondurre finalmente le differenze nell’essere. Se le differenze non vengono più distinte dall’essere, come avviene in Parmenide, in Platone e nell’intera storia dell’Occidente, esse appaiono nella loro eternità.

In Destino della necessità Severino analizza il nichilismo nel suo sedimentarsi nella struttura delle lingue europee e nella modalità in cui l’Occidente, a partire da Aristotele, interpreta l’agire. Il divenire non è visto da lui come un provenire dal nulla e un ritornarvi, ma come l’apparire e lo scomparire degli eterni.

(Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma. Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

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