Vasco Ursini, La lettura severiniana della civiltà occidentale (scritto tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013)

L’Occidente è la civiltà che si sviluppa all’interno del senso che il pensiero greco assegna alla cosa: ogni cosa è, in quanto cosa, niente, ogni non-niente è, in quanto non niente, niente. La persuasione che l’essente sia niente è il nichilismo. Il nichilismo è l’essenza dell’Occcidente. A dare questa lettura della civiltà occidentale è Emanuele Severino, che nel saggio Ritornare a Parmenide dice di aver compiuto

il tentativo di rintracciare e portare alla luce il pensiero fondamentale che guida e raccoglie la sterminata ricchezza di categorie ed eventi in cui consiste la civiltà dell’Occidente: il pensiero in cui ormai tutto viene pensato e vissuto e che non si lascia pensare nel suo significato autentico, sino a che non ci si sappia portare al di fuori di esso, lungo un cammino ancora intentato” (Essenza del nichilismo, gli Adelphi, Milano 1995, p. 287).

La storia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra, è per Severino la storia del nichilismo. Egli afferma che la civiltà occidentale, che pure sente orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente, e in superficie pensa che le cose escono dal niente e vi ritornano. La cultura dell’Occidente, secondo i suo giudizio, non è ancor in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo” e per questo ne è completamente dominata.

Nichilismo significa pensare, secondo Severino, che le cose del mondo sono niente, che le cose vengono dal niente e ritornano nel niente. Nichilismo è un modo di pensare e di vivere che identifica inconsapevolmente l’essere e il non essere nella convinzione di contrapporli. Nichilismo è un modo di pensare che avvolge e guida i pensieri, le parole e le opere dell’intera cultura occidentale. E’ un modo di pensare che non è esplicito e intenzionale, ma è completamente inconscio:

Alla sua superficie – cioè nell’ambito di ciò che l’Occidente crede di sapere e che quindi testimonia nella sua lingua -,  l’Occidente vuole che le cose della terra, in quanto cose, non siano un niente. […] Ma a partire dal pensiero greco, e una volta per tutte, l’Occidente è insieme la volontà che una cosa, in quanto tale, sia ciò che esce e rientra nel niente; sia ciò che è, ma che sarebbe potuto non essere: Questa volontà non si rende conto di ciò che in verità essa vuole. […] Essa non vuole semplicemente che le cose divengano un niente ed escano dal niente: essa vuole la follia estrema: che essere-una-cosa sia e significhi, in quanto tale, essere un niente; che una cosa, proprio perché non è un niente, sia un niente. Questo è il nichilismo che la “coscienza” dell’Occidente respinge nel proprio inconscio e non lascia affiorare nella propria lingua” (La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, p. 15).

La civiltà occidentale non riesce dunque a pensare l'”esser sé dell’essente”, cioè la verità dell’essere, e non si accorge di non riuscirvi. Il suo nichilismo è pertanto inconscio, e inconscio non indica

“ciò che non appare, ma ciò che ancora non è stato portato nel linguaggio; sì che il linguaggio, che ne parla, ancora non appare. E la “consapevolezza” è l’apparire di questo linguaggio” (Gli abitatori del tempo, Armando, Roma 1978, p. 161).

Ancora più sotto di quel nichilismo inconscio c’è, rileva Severino, un più profondo inconscio: è l’inconscio di quell’inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente, che consiste nella struttura originaria dell’essere: L’essere è e non può non essere. Questa è la verità dell’essere, la verità che è l’apparire dell’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente. L’essente è dunque eterno. Il destino della verità non può essere smentito dal alcun sapere, umano o divino e include originariamente il proprio apparire. Il destino della verità è già da sempre manifesto. Esso sta alle nostre spalle e dunque non ha senso mettersi in cerca della verità. Ci si deve innanzitutto convincere che

si può cogliere il fondamento nichilistico della nostra civiltà solo in quanto ci si conduca e mantenga nella testimonianza della verità dell’essere” (La struttura originaria, cit., p.13).

Affermando l’innegabilità dell’eternità dell’essere, si nega il divenire dell’essere, che invece per il nichilismo è l’evidenza suprema. Credere che l’essente diviene significa credere che l’essente è nel tempo, cioè che si dà un tempo in cui esso non è, è niente. La temporalizzazione dell’essere, per la quale l’essere è quando è e non è quando non è, fu formulata dalla metafisica platonico-aristotelica e resta ancor oggi entro l’anima della cultura nichilista dell’Occidente, e ormai di tutto il Pianeta. La civiltà occidentale inizia, secondo Severino, nel momento in cui nasce la filosofia:

Sin dall’inizio, la filosofia ha voluto scoprire la verità del mondo. Certamente il mondo era già noto prima della filosofia, ma essa gli conferisce un senso inaudito. Per la prima volta, infatti, essa esprime la contrapposizione estrema, quella tra l’essere e il niente, e concepisce il mondo come il luogo in cui le cose escono dal niente, approdano alla sponda dell’essere e ritornano nell’abisso del niente. Anche qui: le parole “essere” e “niente” esistono già nella lingua greca, prima della filosofia. E anche nelle lingue più antiche dell’Oriente. Ma il loro senso è avvolto da ombre, ambiguità” (La strada, la follia e la gioia, BUR, Milano 2008, pp. 66-67).

E’ dunque con la nascita della filosofia greca che ha inizio, secondo Severino, la civiltà occidentale. La filosofia agli inizi conserva certamente molti aspetti del mito e tuttavia se ne distacca sia perché essa, a differenza del mito, si pone come sapere certo e indubitabile e dunque innegabile, sia perché è essa, e non il mito, ad affermare per la prima volta la contrapposizione assoluta tra essere e non essere, determinando così la nascita dell’ontologia. Severino afferma che la filosofia greca, nel pensare il significato di “essere” come ciò che si contrappone al significato di “non essere”, pensa per la prima volta nella storia dell’uomo il concetto di “nulla assoluto”. Con questa scoperta

la filosofia greca ha pensato per la prima volta l’infinita distanza che contrappone l’ente al niente e l’infinita agilità che consente all’ente di percorrerla tutta, divenendo niente, e consente al niente di percorrerla tutta, diventando ente” (Gli abitatori del tempo, cit.. p. 17).

Di qui in poi la cosa è “ente” e con questo senso greco dell’ente nasce la civiltà occidentale. Civiltà occidentale che, dopo Parmenide e fino ai giorni nostri, è preda del nichilismo. Abbiamo visto che contro l’alienazione nichilistica dell’Occidente si pone il pensiero di Emanuele Severino che compie, come si vedrà, una analisi teoretica della struttura necessaria e incontrovertibile dell’essere nella sua radicale e assoluta differenza dal niente.

(Questo scritto è tratto da: Vasco Ursini, Il dilemma . Verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013).

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