Emanuele Severino: “Nietzsche ha lasciato emergere la punta della montagna di ghiaccio che vaga nelle acque più profonde della filosofia contemporanea e che è capace di far naufragare tutte le imbarcazioni di Dio, cioè tutte le forme della cultura e della civiltà tradizionale”, (Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 22 – 23)

Nietzsche ha lasciato emergere la punta della montagna di ghiaccio che vaga nelle acque più profonde della filosofia contemporanea e che è capace di far naufragare tutte le imbarcazioni di Dio, cioè tutte le forme della cultura e della civiltà tradizionale. Gli stessi protagonisti della filosofia contemporanea sono quasi sempre incapaci di scorgere la montagna che li sorregge e da cui parlano. La voce sommersa e potente della montagna si fa sentire nel linguaggio di pochi – innanzitutto Leopardi, dicevamo, e Nietzsche, e Gentile – e parla così:Il divenire del mondo, che nella sua forma più radicale coincide con la creatività dell’uomo, è l’evidenza e la verità suprema e inevitabile. Ma si tratta di capire che se esistesse un Essere immutabile, un Dio eterno, una verità definitiva, al di là del divenire, il divenire sarebbe solo un’apparenza, cioè non potrebbe esistere. Ma il divenire e la creatività umana sono la suprema evidenza; dunque non può esistere alcun Essere immutabile; dunque Dio è morto: è un morto che per millenni è stato creduto vivo.
Questa voce risuona nelle parole di Zarathustra: ” Che cosa mai resterebbe da creare se gli dèi esistessero! “: la creatività e il divenire dell’uomo non potrebbero esistere. ” ‘Dunque’ non vi sono dèi “. ” Dunque “. Questo avverbio conclude la ” dimostrazione “, la fondazione che porta alla affermazione della morte di Dio.
Non ci si è mai resi conto (a parte qualche spunto, nemmeno nei miei scritti) che anche la dottrina dell’eterno ritorno di tutte le cose ha lo stesso intento della dottrina della morte di Dio: escludere, in nome dell’evidenza della creatività dell’uomo e del divenire, ogni Essere immutabile che, con la sua esistenza, smentirebbe e ridurrebbe a semplice apparenza tale evidenza. Una dottrina dell’eterno ritorno che, lungi dall’essere un corpo estraneo nel pensiero di Nietzsche, appartiene alla voce essenziale dell’Occidente e anzi le aggiunge un timbro di straordinaria potenza. Riguarda il tempo; e propriamente il passato.
Tanto poco, dunque, la dottrina della morte di Dio è la semplice constatazione del fatto che la gente non crede più in Dio, quanto poco ha senso ritenere che la dottrina dell’eterno ritorno sia la semplice profezia del fatto che l’uomo finirà col non credere più nell’immodificabilità e irrevocabilità del passato – e d’altra parte quanto poco ha senso credere che Nietzsche non faccia che riproporre l’antica tesi metafisica dell’eterno ritorno.
Queste due dottrine poggiano invece sul Fondamento ultimo del pensiero occidentale: la fede nel divenire.

(Emanuele Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 22 – 23)

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