L’individuo e la verità. Dalla introduzione di Giulio Goggi , Emanuele Severino, Lateran University Press, Roma 2015

 

 

Eraclito afferma che la “sapienza” si ottiene “non dando ascolto a me, ma al ‘logos’ ” (fr. 50). Pensare che la verità sia ciò che si apprende da un “individuo” significa essersi lasciati alle spalle la verità. Ricordo che a lezione Severino diceva: “Se la verità fosse qualcosa di scoperto o di inventato dal sottoscritto, loro sarebbero autorizzati ad alzarsi e ad uscire dall’aula. Non varrebbe la pensa soffermarsi sulle pagine della “mia” produzione teorica. E poi spiegava: “Se “io” che penso la verità non sono la verità, e cioè sono “non verità”, allora dicendo che a pensare la verità sono “io”, come individuo storicamente determinato, è come se dicessi che la “non verità pensa la verità”.
Ma la verità non può essere neppure ciò che si ottiene a partire da una situazione in cui se ne è privi, né ci può essere qualcosa come un percorso che conduca alla verità perché tale percorso, dovendo ad essa condurre e dunque distendendosi al di qua della verità, sarebbe un trovarsi ancora al di fuori della verità, ossia un errare, un allontanarsi da essa. [ … ]
Se il tema della verità sta al centro del discorso di Severino, al centro di questo centro sta dunque la tesi inaudita dell’eternità dell’ente in quanto ente implicata dall’apparire dell’incontrovertibile esser sé dell’essente. [ … ]
Ma proprio perché dell’incontrovertibile si andrà a parlare, si ripresenta la questione: l’apparire della verità può essere la coscienza che “uno”, un individuo collocato in un certo contesto, ha della verità?. Severino dice: “Può essere “di qualcuno” il pensiero che pensa l’incontrovertibile?”. Lo stesso Severino parla del “dono” della testimonianza del destino che, ad un certo punto, si è fatta innanzi nei “suoi” scritti, precisando però che quella utilizzata non è “espressione scioccamente immodesta perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono (che non è una grazia perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona”.

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