Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama. citazione segnalata da Vasco Ursini in Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “nichilismo” e su alcuni altri aspetti che tale concetto richiama

Vattimo – Si è parlato, e si parla spesso, nella cultura contemporanea, del problema del nichilismo, che almeno in prima approssimazione, potremmo definire come il problema della presenza del nulla, o, addirittura, del trionfo del nulla nella nostra esperienza. Friedrich Nietzsche, uno dei pensatori che più profondamente hanno meditato questo tema, ha definito il nichilismo come una situazione in cui l’uomo rotola via dal centro verso la X: verso l’assenza di fondamenti, la mancanza di certezze, valori e verità stabili e date una volta per tutte, Con nichilismo si intende anche, in un senso vicino a questo, il fatto che la scienza e la tecnica riducono tutto ciò che è, tutto l’essere,a “manipolabilità”, a essere manipolabile: ogni cosa, ogni essere, ‘è’ in quanto è utilizzabile per qualche scopo, sottoposto all’azione dell’uomo. Nichilismo sarebbe allora, come lo ha definito Martin Heidegger, quel processo storico e filosofico che si inizia col filosofare dei Greci e al termine del quale dell’essere come tale “non ne è più nulla”. Noi, oggi, viviamo effettivamente in un’epoca che può definirsi nichilistica, o no? E se sì, perché? Con quali conseguenze?

Vogliamo discutere di questo problema con Emanuele Severino, uno tra i più noti filosofi italiani, che ha dedicato molte opere proprio allo studio del concetto di nichilismo, e alla riproposizione, in forme molto originali e persino provocatorie, del problema dell’essere.

Prima di lasciargli la parola, desidero proporre alcune considerazioni per la discussione. Anzitutto non deve stupire che ci si ponga il problema dell’essere e del nulla, che potrebbe sembrare un problema molto astratto. Si potrebbe effettivamente obiettare che oggi, anche in filosofia, si dovrebbe parlare di cose più concrete, più determinate. E tuttavia io credo che quando ci si chiede in che cosa consista la nostra esperienza della realtà, il concetto, se lo si può chiamare concetto, con cui ci si trova a fare i conti è proprio quello di ‘essere’.. Se non sappiamo di che cosa parliamo quando diciamo “essere”, la nostra esperienza del mondo e del reale rimane circondata da una sorta di alone oscuro. Un filosofo che ha proposto in termini reali tale questione, e al quale, credo, anche Severino si richiama in qualche maniera, è Heidegger, il quale nella sua opera principale, ?Essere e tempo?, del 1927, ha sostenuto che un carattere del pensiero moderno è proprio quello di aver dimenticato l’essere, e di non sapere più che cosa significa “essere”, in senso pieno e autentico.

Ricordare il problema dell’essere, a mio parere, non conduce necessariamente a caratterizzare la nostra civiltà come nichilista in senso negativo. In altre parole, si può riconoscere in qualche senso che dell’essere come tale la filosofia della modernità si sia occupata troppo poco, e che vi sia, come c’è effettivamente, una certa tendenza dell’essere a dissolversi, a scomparire, ad esempio nella manipolabilità tecnologica, senza per questo dover accettare che ne derivino conseguenze catastrofiche e distruttive come talvolta sostiene chi parla di nichilismo. La nostra è una civiltà nichilistica, ed è per questo che proviamo quello che Sigmund Freud chiamava il “disagio della civiltà”: nel mondo moderno, che è il mondo della scienza e, soprattutto, della tecnica dispiegata, l’uomo ha perduto punti di riferimento, sicurezze, valori stabili, e si trova in quella situazione che nel vocabolario del pensiero di derivazione hegeliana e marxista è stata definita di “alienazione”. La mia tesi sarà in generale che oggi noi non siamo a disagio perché siamo nichilisti, ma piuttosto perché siamo ancora troppo poco nichilisti, perché non sappiamo vivere sino in fondo l’esperienza della dissoluzione dell’essere: da qui quell’insieme di sensazioni di frustrazione e di disagio che si chiama alienazione. Anche se non credo che su questo il mio interlocutore sarà d’accordo:

Severino – Certamente non sono d’accordo; anche se il mio disaccordo si accompagna a molti aspetti che sono convergenti con quello che hai detto. Qui mi sembra opportuno accentuare gli aspetti del disaccordo.

Non sono d’accordo, anzitutto, a proposito della diagnosi del nichilismo. Penso che, ancora, la “nostra” cultura non sappia che cos’è il nichilismo – e che quindi ne sia completamente dominata. Dicevi poco fa che le parole “essere” e “niente” sono astratte e indeterminate. A me pare che potremmo essere anche un po’ più ottimisti: sono parole, ormai, non più così estranee al pensare comune. Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’ ‘esistenza’, e morire significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel ‘niente’. Da millenni la religione cristiana ha abituato l’uomo occidentale a pensare queste grandi categorie del pensiero greco: l’essere (l’esistenza) e il niente. Direi che si è molto imprudenti quando si crede di poter parlare – in qualsiasi forma di linguaggio, anche in quello scientifico, – indipendentemente da queste categorie. La gente sa che vivere vuol dire essere sospesi tra un niente iniziale e un niente finale. La cultura cristiana parla di “creazione dal nulla”. Queste cose le abbiamo sentite da bambini. (In un certo senso si potrebbe dire che le cose più importanti le abbiamo sentite da bambini). Ma il nulla non è il nichilismo. Altro è parlate del nulla, e altro è parlare di nichilismo. E’ vero che oggi i parla molto anche di nichilismo, ma la “nostra” cultura non è ancora in grado di intendere il senso autentico della parola “nichilismo”. ?Nichilismo’ – e non so se a questo punto ti vorrai ancora dichiarare nichilista – significa pensare che le cose del mondo e le cose concrete, e questa stanza e le stelle e le piante e gli uomini sono niente. Ecco, questo è nichilismo, pensare che le cose sono niente.

Sostengo da molto tempo che la storia dell’Occidente – e ormai di tutta la terra – è la storia del nichilismo. La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente. Pensa questo, nel proprio inconscio, perché, alla superficie, pensa che le cose sorgono dal niente e vi ritornano.

Vattimo – Io proporrei una definizione di nichilista diversa da questa, una definizione in cui mi riconosco quando mi dichiaro nichilista e sostengo che dobbiamo diventare nichilisti in maniera più profonda. Con ciò non mi riferisco certamente ai nichilisti russi, o alla gioia anarchica della distruzione, lo schianto detentore della dinamite; né d’altra parte mi ritengo nichilista nel senso di chi crede o pensa che le cose siano niente. Penso invece che una concezione praticabile, ed anche positiva, di nichilismo nella nostra cultura sia quella secondo cui, affinché l’esistenza abbia un senso, l’essere non deve avere quei caratteri di stabilità, immutabilità, definitività che, a parer mio, e a parere di autorità filosofiche maggiori di me, il tradizionale pensiero metafisico gli ha conferito, dalla filosofia dei Greci in avanti..

Che l’essere possa non avere quei caratteri, è indispensabile per capire l’esistenza come storia.. Detto altrimenti: se pensiamo l’essere come stabile, immutabile, definitivo, non siamo in grado di dare un senso alla nostra esistenza, cioè non siamo in grado di pensare la nostra esistenza come ciò che essa è, vale a dire come ‘storia’. Tu hai ricordato la nostra visione da bambini e l’idea di essere come creazione dal nulla; ma allo stesso titolo si potrebbe sostenere che che è una cosa da bambini, oppure da antichi, una visione in qualche modo “ingenua” (ammesso che esista un senso in cui gli antichi si possano dire ingenui), pensare che siamo sospesi tra l’essere e il niente. Questo è un modo di vedere le cose totalmente privo della dimensione della storicità, che non tiene conto della dimensione dell’esistenza.

Siamo sempre sospesi tra un prima e un dopo: chi parla di sé racconta il proprio “prima”; che va dall’analista va a raccontare il suo “niente” – le sue insicurezze, il suo disagio, va a raccontare la sua infanzia e progetta non il niente che lo attende dopo la morte, ma il proprio “dopo”, la propria vita futura. La nostra storicità non corrisponde a questa secca alternativa metafisica tra essere e niente, corrisponde piuttosto ad un modo di esistere nel tempo che comporta una complicità di essere e niente – ciò che Heidegger aveva descritto nei termini di essere e tempo. Muovendo dalla constatazione che la tradizione metafisica, che oppone seccamente essere e nulla, non riesce a pensare l’esistenza umana in maniera adeguata, Heidegger teorizza l’esistenza di un rapporto, di una complicità fondamentale tra l’essere e il tempo: l’essere è in quanto è prima e dopo, è tempo.

Severino – Quando poco fa parlavo, a titolo di esempio, della visione dell’essere propria della cultura cristiana mi riferivo a un fatto storico: pensare la vita come creazione dal nulla (ci sia o non ci sia un creatore) non è una mia invenzione, è il modo in cui tutta la nostra cultura pensa la vita.

E’ vero che perlopiù si hanno dinanzi i piccoli momenti dell’esistenza e non il rapporto della nostra vita intera con il niente, ma anche l’uomo comune pensa alla morte. E vi pensa conformemente agli atteggiamenti di fondo della nostra cultura, che si riferiscono costantemente alla minaccia che il niente esercita sul nostro vivere. In psicoanalisi c’è una forma tipica di malattia mentale che consiste nella convinzione, da parte del malato, di essere un niente. Non è semplicemente una malattia “colta”, da intellettuale; è anche una malattia degli ignoranti. Questo sentire che la vita è minacciata dal niente non è solo un disturbo della psiche: è un atteggiamento onnipresente nella cultura occidentale. Credo sia difficile negarlo.

Ebbene, chi è convinto che l’esistenza, la vita, sia minacciata dal niente – e questa convinzione nasce col pensiero greco, e domina il cristianesimo, la scienza moderna, l’intero sviluppo della cultura e delle istituzioni occidentali – chi è convinto di questo, nel proprio inconscio è anche convinto che ‘le cose sono niente’. Questa è l’affermazione decisiva. Prima, in qualche modo sollecitato, rispondevi dicendo: “No, non si può dire che questa stanza sia niente”. Però sei convinto che questa stanza (parlo della sua caratteristica specifica, non della “energia” che, secondo la scienza, la costituisce) prima o poi diventerà un niente, ritornerà nel niente da cui è uscita quando questo edificio è stato costruito. Credi che le cose si annientino. Cioè credi che siano niente e le vivi come un niente. Questa fede sorregge l’intera civiltà occidentale, ma è l’estrema follia.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 83-87).

(Il discorso seguiterà in un prossimo post).

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