Il problematicismo di Ugo Spirito, citazioni di Emanuele Severino in Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100 e pp. 107 – 109

Il problematicismo di Ugo Spirito si muove nella stessa direzione dell’intera filosofia contemporanea: liberare il divenire della realtà da ciò che lo rende impossibile. Per cogliere il senso di questa affermazione, non si deve perdere di vista il rapporto privilegiato che Spirito instaura col suo maestro Gentile, riformatore della dialettica hegeliana. La dialettica è la teoria del divenire.
Le prime pagine della “Vita come ricerca” (Sansoni, Firenze, 1937) intendono mettere in luce l’ “antinomia ” dalla quale il pensiero è incapace di uscire.
Il primo lato dall’antinomia è la constatazione dell’esistenza del divenire. A ogni pensiero si contrappone l’obiezione. Questa contrapposizione è lo stesso “svolgimento storico”, cioè il passaggio dal passato al futuro. Dal passato, , “quando nessuna delle cose di oggi esisteva ed esistevano altre cose che oggi non sono”, al futuro, “quando le cose di oggi non esisteranno più e ne esisteranno altre”, sino a che tutte le cose “scompariranno nel nulla”. “Tutto diviene e l’infinito fluire tutto vanifica”. L’annientamento, la vanificazione delle cose è l’obiezione contro il pensiero in cui esse si mostrano; e l’obiezione è l’annientamento, la vanificazione del pensiero che presuma di porsi come conclusivo.
Il secondo lato dell’antinomia è la consapevolezza che se, nell'”eterno divenire” tutto è vano, d’altra parte non può essere vana la “ragione” del divenire: e pertanto tutto ciò che diviene, che pure si vanifica completamente, è insieme completamente salvato dal suo vanificarsi e si presenta “come assolutamente necessario”. La vita, insieme si vanifica e non è vanificabile. Se questa è, per Spirito, la “veste più immediata ed elementare dell’antinomia, d’altra parte questa è, nella sua sostanza, l’antinomia che si traduce nei più difficili problemi della dialettica contemporanea”. I problemi che Hegel, e poi Marx e soprattutto Gentile hanno dovuto affrontare. Difficili e drammatici, perché nell’attualismo, scrive Spirito, (Il problematicismo, Sansoni, Firenze, 1948, p. 45), “il punto culminante dell’antintellettualismo si converte nel punto culminante dell’intellettualismo”.
(Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100).

Il problematicismo di Ugo Spirito scaturisce dalla convinzione che l’attualismo, cioè “il punto culminante dell’antintellettualismo”,”si converta nel punto culminante dell’intellettualismo” e che quindi”la più flagrante contraddizione investa tutto il pensiero” ( Il problematicismo, Sansoni, Firenze, 1948, p. 45). In sostanza questa contraddizione estrema si produce, secondo Spirito, perché nemmeno l’attualismo può rinunciare a essere una teoria della dialettica e assegna alla propria teoria un carattere non dialettico.
Spirito rileva innanzitutto che in Gentile – ma già in Hegel – l’affermazione che la realtà è divenire, ossia “è e non è” (ibid., p. 48) implica l’affermazione che “nessuna filosofia” può ritenersi definitiva”. La definitività, scrive Spirito, impedirebbe ogni “ulteriore sviluppo e chiuderebbe perciò il processo spirituale, segnerebbe la cessazione della vita” (loc. cit.).La definitività rende cioè impossibile il divenire. E anche Spirito afferma, con Gentile, Hegel e con tutta la cultura occidentale, che il divenire – il senso greco del divenire – non può essere smentito, che lo “sviluppo” deve essere assicurato, il “processo spirituale” deve rimanere aperto e la “vita” deve continuare.
Per Spirito, la contraddizione di Hegel e di Gentile non sta cioè nella volontà di salvare il divenire: anche per Spirito il divenire – “la realtà concepita come divenire in quanto è e non è” (ibid., p. 47 – 48) – è la suprema, indiscutibile evidenza. L’attualismo, ribadisce Spirito, esclude ogni filosofia definitiva, perché “esclude che si possa definire alcunché, senza portare la morte al posto della vita”. La “vita” è appunto il divenire; la “morte” è l’immutabilità. Anche per Spirito, dunque, è indiscutibile che il divenire deve essere liberato dalla “morte”, ossia da tutto ciò che lo rende impossibile, e deve essere “liberato”, perché esso sta qui dinanzi “certo” e “evidente”; anzi, come ciò che è supremamente evidente. Nemmeno il problematicismo radicale di Ugo Spirito mette in questione la fede fondamentale dell’Occidente, ossia la fede che il divenire esiste.
Che questa fede costituisca il fondamento non problematico anche del problematicismo di Spirito, risulta appunto dal fatto che egli abbandona l’idealismo e l’attualismo proprio perché, nonostante ogni loro intenzione di liberare il divenire da ciò che lo rende impensabile, essi finiscono col renderlo radicalmente impensabile. Infatti, scrive Spirito, il “dialettico” – ossia il difensore e il liberatore del divenire – “giunto alla coscienza del dialettismo della vita, la ipostatizza in una conclusione che, a differenza di tutte le altre, si pone al di fuori del processo e ne diventa garante. E’ la conclusione che definisce l’Assoluto e riafferma l’Essere di fronte al divenire (ibid., p. 48).
La coscienza, ossia la teoria del dialettismo, cioè del divenire, si costituisce pertanto, e ancora una volta, come l’Essere immutabile al quale il divenire del pensiero deve adeguarsi. Il divenire deve adeguarsi alla indiveniente consapevolezza del divenire.
(E. Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 107 – 109).

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