citazione da Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180

Di ‘tutti’ i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti, anche di quelli futuri) va detto che ‘tutti’, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa affermazione non suona paradossale se si tiene presente […] che ‘tutte’ le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va con la maiuscola, “miei scritti” andando invece con le minuscole).

Quel Contenuto è infatti la verità, il ‘destino della verità’. Immodesto non sono “io”, immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi.
La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità. L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha “il cuore che non trema” – per usare una espressione di Parmenide – solo in quanto mostra che essa è e significa “errore” e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. […]
In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di quegli scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità e errore, agli escavatori dell’errore e della verità, e alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non abbandona a sé stesso l’errore; esso cresce secondo le leggi della verità.
L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e ignorarlo è la forma preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che ‘differisce’ da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di ‘differire’ non sia cosa di poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del differire dei differenti. E’ il punto infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano ‘differire’ da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la ‘differenza’ dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il quale essi vorrebbero andare.
Gli scavatori dell’errore sono gli erranti – e come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel tempo dell’errore – un tempo che coincide con il tempo dell’ “uomo”, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante. Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti.

Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. ‘La Gloria’, Adelphi 2001; ‘Oltrepassare’, Adelphi 2007; ‘La morte e la terra’, Adelphi, 2011).
(Lo scritto è tratto da: Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180).Sorgente: (7) Amici a cui piace Emanuele Severino

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