Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti (segnalato da Vasco Ursini)

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Vasco Ursini

Severino e Vattimo si confrontano sul concetto di “eternità” degli essenti in quanto essenti

Vattimo – Tu dici che siamo eterni, e di questo complimento i nostri lettori ed io ti potremmo essere grati, fermo restando comunque che siamo mortali. Nel quadro che hai tracciato resta da spiegare questo piccolo problema: siamo eterni ma mortali.
Tu puoi dire che siamo mortali pur essendo eterni perché l’eternità che ci conferisci è fondata, come accennavo prima, sul principio di non contraddizione. E’ un principio logico trasferito sul piano metafisico con una mossa molto azzardata.
Ipotizziamo che ‘logos’ non voglia dire puramente e semplicemente la ragione del mondo, ma che, come insegna un altro dei filosofi cui mi richiamo spesso, Hans Georg Gadamer, voglia dire ‘linguaggio’. Supponiamo quindi che quando Aristotele parla dell’uomo come animale ‘logon echòn – Aristotele qui sta parlando degli animali e dice che gli uccelli fischiano, cantano, mentre l’uomo ha qualcosa in più, il ‘logos’ – non si riferisca alla ragione; che ‘logos’ quindi non sia la ragione, ma il linguaggio articolato. Ora, se il principio di non contraddizione è un principio logico, e se, come non è inverosimile, un principio logico è innanzitutto un principio di funzionamento del linguaggio, sarà davvero così ovvio che chi lo nega, neghi anche ogni caratterizzazione positiva dell’essere? O meglio, che tale principio possa effettivamente valere come dimostrazione incontrovertibile che l’essere è e non può non essere?
Un a tale conclusione non mi pare affatto accettabile, e non credo che il principio di non contraddizione possa fungere da fondazione. Né sono interessato a questo tipo di fondazione. Sono consapevole di muovermi nell’ambito dell’argomentazione, cioè di argomenti soltanto verosimili; nel ‘logos’ – se il ‘logos’ è prima di tutto linguaggio, parola, discorso, e non razionalità del mondo – l’argomentazione non è fondazione incontrovertibile, ma è persuasione reciproca, interamente umana. Non necessariamente però l’argomentazione si fonda sull’astuzia, sull’inganno o la truffa. Al contrario, io ti persuado in base ad argomenti che so che valgono anche per te, che so: “non vivere in maniera sregolata, perché hai figli” – e questo è un argomento che vale per chi ha figli, chi non ne ha potrebbe infischiarsene. E’ un tipo di argomento ipotetico, contingente, ma tuttavia valido; nel nostro mondo storico procediamo così.
In questo senso credo che tutto il discorso sull’assurdità dell’essere del divenire, della storicità, ecc., sia legato ad una ipostatizzazione idealistica, piuttosto che greca – una metafisicizzazione di regole logiche, che sono anzitutto e soltanto regole del ‘logos’ inteso come linguaggio che si parla.

Severino – Sarebbe il caso di discutere questa tua concezione della logica (tua e di altri): se la logica viene intesa in questo modo, allora certamente seguono le conseguenze che hai indicato. Ma che consistenza hanno le premesse? Tu stesso dici che i tuoi argomenti sono soltanto “verosimili”. (Anche tu proponi una negazione verosimile della verità).
Comunque, quando prima dicevi: ” No, non credo che questa stanza sia niente “, enunciavi e sostenevi – anche tu – il principio di non contraddizione proprio in quei termini ‘ontologici’, che invece poi hai criticato. Anche tu opponevi un qualcosa (queste stanze) al niente. E’ appunto questa opposizione che si tratta di pensare fino in fondo. Qui siamo nel cuore di una ” logica ” che non è quella linguistica, né quella delle scienze (e l’ “essere” di cui parlo non è l’essere obiettivistico del positivismo scientifico). Per il tipo di logica che tu difendi, i principi logici non hanno “presa” sulla realtà. E’ invece la “presa” sulla realtà che caratterizza la logica in senso originario: quella logica in cui volente o nolente ti collochi tu stesso quando parli. Il pensiero ha “presa” sulla realtà, nel senso che esso è l’ ‘apparire’ dell’essere, l’apparire dove l’essere si mostra nel suo opporsi al niente (la stanza non è un niente). Non solo: quando sostieni che la logica riguarda il linguaggio e non il mondo, è chiaro che per te il linguaggio ‘non’ è il mondo, e quindi non solo escludi che un qualcosa (ad esempio la stanza) sia niente, ma escludi anche che un qualcosa (ad esempio il linguaggio) sia identico ad un altro qualcosa (ad esempio il mondo). Cioè,daccapo, fai un uso ‘ontologico’ di quel ” principio di non contraddizione ” che invece, a parole, vorresti relegare nella semplice dimensione linguistica.Tutta la civiltà occidentale dice: ” Le cose non sono un niente “. Però l’Occidente aggiunge: ” Tuttavia divengono “. Questo atteggiamento si fonda sulla fede nel divenire, la fede di fondo della nostra civiltà, la quale, pur ‘opponendo’ le cose al niente, le ‘identifica’ peraltro al niente; giacché, pensare che esse, divenendo, escono dal niente e vi ritornano significa pensare che esse sono niente.
Sin dall’inizio, la cultura occidentale ha un senso ontologico. Lo ha anche quando non sa di averlo. Ma è l’ontologia che identifica l’essere al niente. Questa identificazione è l’essenza stessa della Follia. La Non-Follia è l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Il divenire del mondo non è la creazione e l’annientamento dell’essere, ma è la vicenda del comparire e dello scomparire dell’eterno. Appunto per questo noi (ogni cosa) siamo ‘eterni’ e ‘mortali’: perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno.
L’essere, quale si manifesta al di fuori e al di là della cultura dell’Occidente, lungi dal non spiegare la storia, è anche e soprattutto ciò che garantisce l’autentica trasformazione storica, la quale non è affidata all’iniziativa, ai progetti, alle scelte, alle libertà dei singoli, dei popoli o delle strutture, ma è affidata al movimento necessario secondo cui l’essere si manifesta – l’essere che è appunto la totalità delle determinazioni e delle differenze. Questo movimento necessario è in qualche modo simile all’immagine antica del tragitto del sole, che è eterno, si presenta all’inizio della giornata, ma non cessa di essere e di illuminare, nemmeno quando,al termine della giornata, scompare.

Vattimo – Bene, al momento di chiudere questa conversazione si rafforza l’impressione che non siamo d’accordo quasi su niente, neanche sul fatto che il sole non è eterno. Ma queste nostre differenze sono eterne? Ci sono? Fanno parte dell’essere?

Severino – Fuori testo. Alle domande di Vattimo rispondo certamente di sì.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli 2000, pp. 92-94)

Giuseppina Catone, Vattimo e Severino sulle tracce del nichilismo nietzscheano, tesi, 282 pagine

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https://www.tesisenred.net/bitstream/handle/10803/399923/GIUSEPPINA%20CATONE_TESI.pdf?sequence=1&isAllowed=y&fbclid=IwAR1G_cDsbo48os2aLNGky7oph-lp4_2Bwy5Npe2TVkNnOdr3BjtAnXk7XZ0

SEVERINO, IL PENSIERO NON E’ UNA SCARPA – in la Repubblica.it 7 ottobre 1989

Ho a volte l’ impressione di avere attorno dei cagnolini che vogliono mordermi il tacco della scarpa. Così Emanuele Severino ha replicato sul Mercurio del 23 settembre a Paolo Rossi, che l’ aveva precedentemente accusato di essere una caricatura di Heidegger.

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SEVERINO, IL PENSIERO NON E’ UNA SCARPA – la Repubblica.it

Vattimo contra Severino e Ferraris

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STORIADELLAFILOSOFIA.JIMDO.COM
dal Corriere della Sera del 21.9.2012 QUANDO I FILOSOFI SI CONFRONTANO CON LO SCETTICISMO di Gianni Vattimo Caro direttore, i «nuovi» realisti, a cui Emanuele Severino («la Lettura», 16 settembre) fa l’immeritata gentilezza di prenderli sul serio, saranno «in sé» o «fuori di sé»? Essi (Mau…

Emanuele Severino: Caro Vattimo ti stimo ma ti critico – in La Stampa 21.3.2007

Caro Vattimo ti stimo ma ti critico
Provo ammirazione per il suo pensiero e la lucidità con la quale è sempre riuscito ad esprimerlo. Siamo in disaccordo sui contenuti: vi spiego perché

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Caro Vattimo ti stimo ma ti critico – La Stampa

Opposizione reale, contraddizione logica e contraddizione dialettica. Il dibattito tra Lucio Colletti ed Emanuele Severino, in filosofiaitaliana.net

Opposizione reale, contraddizione logica e contraddizione dialettica. Il dibattito tra Lucio Colletti ed Emanuele Severino

 

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http://www.filosofiaitaliana.net/…/04/Massimiliano-Biscuso.…

Replica Emanuele Severino a Roger Penrose, Communitas Lecture, 13 maggio 2018

Una discussione sulle criticità dell’Artificial Intelligence. Un dibattito, fra scienza e filosofia. Il confronto tra sir Roger Penrose e Emanuele Severino tenutosi a Milano il 13 maggio 2018 per le Communitas Lectures 2018

Di ‘tutti’ i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti, anche di quelli futuri) va detto che ‘tutti’, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti …, da: Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180

Di ‘tutti’ i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti, anche di quelli futuri) va detto che ‘tutti’, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti.

Questa affermazione non suona paradossale se si tiene presente […] che ‘tutte’ le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va con la maiuscola, “miei scritti” andando invece con le minuscole).

Quel Contenuto è infatti la verità, il ‘destino della verità’. Immodesto non sono “io”, immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi.
La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità.

L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha “il cuore che non trema” – per usare una espressione di Parmenide – solo in quanto mostra che essa è e significa “errore” e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. […]


In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di quegli scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità e errore, agli escavatori dell’errore e della verità, e alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non abbandona a sé stesso l’errore; esso cresce secondo le leggi della verità.


L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e ignorarlo è la forma preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che ‘differisce’ da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di ‘differire’ non sia cosa di poco conto.

E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del differire dei differenti. E’ il punto infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra.

Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano ‘differire’ da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la ‘differenza’ dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il quale essi vorrebbero andare.


Gli scavatori dell’errore sono gli erranti – e come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel tempo dell’errore – un tempo che coincide con il tempo dell’ “uomo”, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante.

Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti. Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. ‘La Gloria’, Adelphi 2001; ‘Oltrepassare’, Adelphi 2007; ‘La morte e la terra’, Adelphi, 2011).


(Lo scritto è tratto da: Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180).

E Severino critica i critici di Severino, articolo di Armando Torno in Corriere della Sera 23 luglio 2011

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E Severino critica i critici di Severino

«Eternità e precarietà, contraddizione feconda»

Sono usciti nell’ ultimo anno numerosi libri che prendono spunto o criticano la filosofia di Emanuele Severino. Del resto, questo filosofo giudicato da Massimo Cacciari uno dei massimi del mondo contemporaneo, ha continue attenzioni dalla saggistica tedesca (se n’ è occupato Thomas S. Hoffmann), francese (è appena uscito da Vrin Etérnité et violence ) e anglosassone (già nel 1964 fu tradotto il suo saggio su Aristotele del 1956). La filosofia analitica incomincia a proporre la tesi dell’ eternità di ogni evento – sono i cosiddetti eternalisti anglo-americani – che è tipica del pensiero di Severino. Il quale, però, considera «molto deboli le giustificazioni date per questa tesi». Anche le traduzioni spagnole delle sue opere sono moltiplici. Poi ci sono gli italiani. Allo stesso Severino abbiamo chiesto di giudicarli. Cominciamo dal saggio di Gennaro Sasso Il logo, la morte…

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citazione da Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180

Di ‘tutti’ i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e presenti, anche di quelli futuri) va detto che ‘tutti’, con maggiore o minore potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa affermazione non suona paradossale se si tiene presente […] che ‘tutte’ le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola, questa, che va con la maiuscola, “miei scritti” andando invece con le minuscole).

Quel Contenuto è infatti la verità, il ‘destino della verità’. Immodesto non sono “io”, immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente su questi temi.
La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è verità. L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha “il cuore che non trema” – per usare una espressione di Parmenide – solo in quanto mostra che essa è e significa “errore” e la necessità di negarlo. Essa vive, eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto, coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli compete. […]
In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di quegli scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno al rapporto tra verità e errore, agli escavatori dell’errore e della verità, e alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la verità non abbandona a sé stesso l’errore; esso cresce secondo le leggi della verità.
L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e ignorarlo è la forma preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che ‘differisce’ da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di ‘differire’ non sia cosa di poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso autentico e della necessità del differire dei differenti. E’ il punto infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano ‘differire’ da ciò contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la ‘differenza’ dei differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il quale essi vorrebbero andare.
Gli scavatori dell’errore sono gli erranti – e come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel tempo dell’errore – un tempo che coincide con il tempo dell’ “uomo”, cioè con l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità -, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante. Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti.

Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. ‘La Gloria’, Adelphi 2001; ‘Oltrepassare’, Adelphi 2007; ‘La morte e la terra’, Adelphi, 2011).
(Lo scritto è tratto da: Emanuele Severino, ‘Ancora sul senso del discutere’, in ‘La potenza dell’errare, Rizzoli, 2013, pp.178-180).Sorgente: (7) Amici a cui piace Emanuele Severino

Sul “ripensare Parmenide”. Fraintendimenti e distorsioni del pensiero severiniano, nota esplicativa di Vasco Ursini

E’ assai frequente nei critici di Severino la tendenza a fraintendere e/o a distorcere il suo pensiero, sia per il nichilismo in cui essi sono avvolti che per la lettura frettolosa e superficiale  che danno dei suoi testi. Poi c’è la questione della “sistematicità” del pensiero severiniano, per la quale ogni testo presuppone il precedente: dunque, se il critico sta criticando una affermazione contenuta nel libro che sta esaminando ma ignora il precedente, rischia di travisarne il contenuto andando fuori strada. Infine, ad ostacolare l’esatta comprensione dei testi severiniani c’è in essi l’uso di un linguaggio del tutto nuovo – il linguaggio che testimonia il destino – che si porta oltre il pensiero e il linguaggio dei mortali dell’Occidente. Per questo diventa arduo comprenderlo.

Tra le più frequenti distorsioni primeggia quella che definisce il pensiero severiniano come una forma di Neoparmenidismo. Osservo che tale termine non è mai stato usato da Severino, per il quale l’espressione “Ritornare a Parmenide” ( che è poi anche il titolo del rivoluzionario saggio del 1964) non significa riproporre il passato, ma significa, semplicemente, “ripensare Parmenide”, ritornare il bivio da cui si dipartono il “Sentiero della Notte” – quello imboccato e percorso dall’Occidente – e  il “Sentiero del Giorno” non percorso, dove nessun Immutabile domina il divenire. “Ritornare a Parmenide”, per Severino, significa, dunque, oltrepassarlo in modo del tutto diverso da come è stato oltrepassato nel “parricidio” compiuto da Platone.

C’è poi da aggiungere che l’essere a cui si riferiscono gli scritti di Severino è la negazione dell'”Essere” di Parmenide: quello di Severino non è l'”Essere” vuoto e astratto di Parmenide, ma è la totalità concreta degli essenti. Ciò che Parmenide dice dell’Essere” bisogna dirlo della totalità concreta degli essenti in quanto essenti, cioè che sono eterni. Ma, affermando che gli essenti sono nulla, il pensiero di Parmenide si pone come la prima gigantesca forma di nichilismo.