URSINI VASCO, Un omaggio dovuto a EMANUELE SEVERINO, intervento al convegno: All’alba dell’eternità. I primi 60 anni de ‘La struttura originaria’, Brescia, 2 e 3 marzo 2018 |a cura dell’ASES Associazione Studi Emanuele Severino

Desidero innanzitutto esprimere un vivo ringraziamento all’«Associazione di Studi Emanuele Severino» per aver organizzato questo importante congresso internazionale dedicato ai 60 anni de La struttura originaria, testo fondamentale di Emanuele Severino, che, come egli scrive, «rimane ancora oggi il terreno dove tutti i miei scritti ricevono il senso che è loro proprio». Nella struttura originaria del destino, Severino mostra che la relazione necessaria tra l’essente e il proprio altro sta nell’originario esser sé come non essere altro da sé. Tale negazione è l’innegabile perché la negazione di questa negazione è autonegazione, è affermazione di ciò che essa nega.

«Mi sono spaccato la testa su La struttura originaria. In Cattolica giravamo con il libro in mano all’epoca del grande dibattito tra il professore e il maestro Bontadini, ci trovammo in 4 o 5 a leggerlo. È stata un’esperienza che ci ha insegnato a ragionare, ma ci è costata una fatica estrema».

Così il cardinale Angelo Scola ricordava qualche anno fa, in un dibattito con Emanuele Severino, l’arrovellarsi di un manipolo di studenti universitari sul primo importante libro del filosofo bresciano. Quello che diede il via a un percorso speculativo tra i più importanti del Novecento italiano e a una contrapposizione di Severino al cristianesimo che avrebbe portato al suo famoso allontanamento dall’Università Cattolica nel 1970. La struttura originaria era apparsa per l’editrice La Scuola nel 1958. Severino aveva 29 anni, cattedratico dall’età di 23! Era un allievo di Gustavo Bontadini e godeva di una particolare stima da parte di monsignor Francesco Olgiati, cofondatore dell’Università Cattolica e figura che il padre dell’Ateneo, Agostino Gemelli, ascoltava maggiormente nelle questioni filosofiche.

I nodi sarebbero venuti al pettine 8 anni dopo, con la pubblicazione sulla «Rivista di Filosofia Neoscolastica», del saggio Ritornare a Parmenide e con gli scritti successivi che avrebbero definito le tesi portanti dell’autore: la necessità dell’essere in quanto essere e l’impossibilità del suo non essere; quindi la negazione del divenire e della contingenza; l’eternità dell’essente in quanto essente; la lettura  della civiltà occidentale come la civiltà che pur sentendo orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente, e in superficie pensa che le cose escono dal niente e vi ritornano. La persuasione che l’essente sia niente è il nichilismo.

Mi confronto con gli scritti di Emanuele Severino dal 1987. L’impatto con essi ha determinato una graduale attenuazione dell’interesse verso gli scritti di altri filosofi e, più in generale, verso le varie forme di cultura dell’Occidente, ad eccezione di quelle rappresentate dalla poesia e dalla musica di cui da sempre mi nutro. Il confronto da quell’anno ad oggi non si è mai interrotto. Più procedeva, più mi sentivo immerso nelle problematiche che quei testi affrontavano. Mi sentivo irretito in quel sistema filosofico da cui, se ci entri e lo indaghi in profondità, non ne esci più. Prendi e riprendi, anche a notevole distanza di tempo, lo stesso testo, lo leggi e rileggi, lo confronti con il precedente e il successivo perché ormai hai capito che lo sviluppo del pensiero severiniano è strutturato come i gradini di una scala.

Quando lessi la prima volta il passo che apre Ritornare a Parmenide rimasi impietrito e incredulo di fronte ad affermazioni che proclamavano l’erroneità della intera storia della filosofia occidentale:

La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci: E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere (E.Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 19).

Anche Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino, alla lettura del passo non sfuggì allo stesso sbigottimento:

Confesso che non volli credere ai miei occhi, tanto che me li sfregai energicamente a più riprese, poi toccai gli oggetti solidi intorno a me, tanto temevo di sognare, finalmente cercai di comporre nella mia fantasia l’immagine di una dattilografa burlona che avesse cambiato i caratteri sulla carta. Niente. Non mi rimase che arrendermi non riuscendo a trovare altra lettura (G. Bontadini, A Emanuele Severino, in Conversazioni di metafisica, tomo II, Vita e Pensiero, Milano 1995, p. 136).

La lunga discussione che presto si sviluppò tra il maestro e l’allievo, portò Bontadini ad accogliere la tesi severiniana che l’essente, in quanto essente, è eterno. Il suo, come più volte Severino ha scritto e detto, rimane il consenso più rilevante dato a Ritornare a Parmenide. L’affermazione  della necessità dell’eternità dell’essente dà inizio alla parte più importante del discorso filosofico di Severino. Discorso sconcertante e inaudito, costruito, testo dopo testo, con il rigore dell’autentica filosofia teoretica che per definizione è sempre rivolta al fondo ultimo delle questioni. Alla necessità che ogni essente sia eterno si affiancano altri tre momenti fondativi e deduttivi : la risoluzione della secolare aporetica del nulla assoluto con la fondazione della sua pensabilità, la deduzione dell’esistenza del prossimo, la fondazione della “Gloria”. Quattro momenti, a parer mio, risolutivi.

Severino non intende la parola «de-stino» nel suo significato usuale di corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo, ma in quello etimologico di «stare innegabile» dell’essere. Dunque il «de» non ha un valore negativo, ma affermativo e potenziante, e «stino» significa «stare». Quindi «destino» indica uno «stare che non cede», uno stare che resiste ad ogni tentativo di abbatterlo e che quindi si pone come il «destino della necessità». Questo «stare necessario del destino» indica dunque lo stare innegabile e eterno dell’essere, cioè l’impossibilità che l’essere non sia. Il fondamento di questa impossibilità sta nell’immediata autonegatività della sua negazione, la quale, nell’implicare la verità di ciò che esplicitamente tenta di negare, nega se stessa proprio nell’atto in cui tenta di imporsi. Dunque, se la negazione dell’essere non riesce a porsi come negazione, ne discende che l’essere è eterno.

Il merito più grande di Emanuele Severino è senza alcun dubbio quello di aver dato una testimonianza del destino della verità così rigorosamente fondata, che nessuna forma di sapere può riuscire a negarla. Che rapporto ci sia tra il destino della verità e il filosofo ce lo dice lo stesso Severino:

«L’«uomo» si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e di farsi sostenitore della verità. In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui essere «uomo» che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’«uomo» a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo – e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’«uomo» (E. Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 100).

Voglio, in conclusione, rendere omaggio al grande magistero di Emanuele Severino, sia come filosofo sia come persona. Da lui ho molto imparato e continuo ad imparare. Conservo gelosamente nell’anima l’affettuosa amicizia che mi ha donato.

Infine, gli comunico con gioia che la diffusione del suo pensiero si va continuamente allargando anche in Internet, sia in Italia che nel mondo, come emerge dall’esame dei dati statistici riferiti agli accessi quotidiani al gruppo in facebook, «Amici di Emanuele Severino» e soprattutto al blog, «Il pensiero filosofico di Emanuele Severino», entrambi creati in suo onore da me in collaborazione con il sociologo Paolo Ferrario.

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