Il senso dell’eternità nel pensiero severiniano, Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 124-126

Il senso dell’eternità nel pensiero severiniano

In Severino il senso dell’eternità non è più quello che compete all’eternità dell’Occidente: il senso dell’eternità è ‘l’eternità dell’essente in quanto essente’. Il contenuto del discorso che stiamo facendo è allora il contenuto del destino, la cui negazione è negazione di sé stessa. Ci troviamo nella dimensione dell’ ‘elenchos’. La negazione è negazione di sé stessa, nel senso che si fonda su ciò che essa nega. Se si nega ciò che appare, lo si nega in quanto appare. Negare ciò che appare significa, innanzitutto, avere davanti ciò che appare. E dove sta l’autonegazione? L’autonegazione sta nel fatto che la condizione di negare ciò che appare è l’apparire di ciò che si nega. Nego che quella parete sia bianca: la negazione si riferisce a quella parete o a qualche altra cosa? Si riferisce a quella parete. Allora, per poter negare la parete bianca, è necessario che la parete bianca appaia. Altrimenti la negazione non avrebbe ciò rispetto a cui esser negazione. Si nega che quella parete sia bianca; ma, per negare che quella parete sia bianca, deve apparire la parete bianca. Altrimenti non si negherebbe quella parete bianca. ‘La condizione per poter negare che quella parete sia bianca è l’apparire della parete bianca, dove l’apparire è il fondamento della negazione’. La negazione si fonda su ciò che essa nega. Fondandosi su ciò che essa nega, essa è negazione di sé stessa. È autonegazione.
‘Si tratta allora di chiedere: noi siamo o non siamo “uomini”? Tutti noi, io per primo, presumibilmente (su questo “presumibilmente” avrò da dire qualcosa) anche gli altri, siamo convinti che le cose divengano altro. Questo nostro essere convinti è il nostro essere uomini. Siamo uomini? Certamente. Ma non solo. Dicevo prima: l’essere uomo è eternamente oltrepassato. Da che cosa? Dal destino. Noi siamo l’eterno apparire del destino. Il destino, cioè l”apparire dell”esser sé dell’essente, la cui negazione è autonegazione, è un essente o un nulla? È un essente. È estremamente non nulla, è essente, quindi è eterno. […].
Quindi, che cosa siamo noi, che cos’è ognuno di noi? È ‘il contrasto tra la nostra persuasione che il mondo sia diventar altro – quindi tra il nostro essere uomo – e l’apparire del destino, cioè l’apparire della follia dell’essere uomo, dove la follia prevale sul destino.
(Emanuele Severino, Lezioni milanesi Il nichilismo e la terra, Mimesis edizioni, pp. 124-126).

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