URSINI Vasco, Essere e Tempo di Martin Heidegger. Intervento al Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019

Ursini Vasco

Laurea in Pedagogia – Professore di Lettere in pensione

vascoursini@alice.it

Essere e Tempo di Martin Heidegger

Essere e tempo è l’opera che più di ogni altra, assieme al Tractatus di Wittegenstein, ha caratterizzato la riflessione filosofica contemporanea fino a interessare e coinvolgere nei propri contenuti molte correnti filosofiche esistenti e ha determinato la nascita di movimenti nuovi di filosofia teoretica ed anche pratica. Uno scritto dunque importantissimo, che costituisce l’inizio di un percorso lungo e intenso che condurrà Heidegger verso il compimento della sua prospettiva teoretica, che dovrà misurarsi con quella rappresentata dal «destino della verità» nel prossimo congresso internazionale di giugno 2019, che ha appunto per tema «Martin Heidegger nel pensiero di Emanuele Severino».

Si è soliti suddividere il pensiero di Heidegger in due fasi. C’è una prima fase cosiddetta «esistenziale» che ha come opera di riferimento proprio Essere e tempo che è l’oggetto di questa indagine. C’è poi una seconda fase, cosiddetta «ontologica», i cui testi di riferimento sono quelli scritti dopo il 1930, nel periodo della cosiddetta «Kehre» («Svolta»), che alcuni critici fanno iniziare al 1936, anno di pubblicazione dello scritto Hölderlin e l’essenza della poesia, e altri critici invece all’anno dell’uscita dello scritto «Sull’essenza della verità», composto nel 1930 ma pubblicato nel 1943. C’è infine da richiamare la posizione critica di Franco Volpi che vede le radici della «svolta» già nella parte finale di Essere e tempo.

L’obiettivo di fondo di Essere e tempo è, secondo Heidegger, il riprendere a interrogarsi sul senso dell’essere, riesaminandolo da capo, visto l’oblio che l’ha avvolto per tutto il corso della metafisica, a cominciare da Platone fino ai giorni nostri, in cui dell’essere non è più niente. E aggiunge che per comprendere l’essere occorre partire dal «tempo», ma la sua è una concezione del tempo nuova e diversa rispetto a quella della metafisica tradizionale: la realtà dell’essere non è più presenza ma «possibilità», e l’essere del tempo non è più il presente ma l’«esistenza»; inoltre la determinazione fondamentale del tempo non è più il presente ma il «futuro», inteso non come «non ancora presente», ma come «possibilità, progetto»: «Il progettarsi in-avanti nell’in-vista di se stesso», progettarsi che si fonda nell’avvenire, è un carattere essenziale dell’esistenzialità. Il senso primario dell’essenzialità è l’avvenire» (M. Heidegger, Essere e tempo. L’essenza del fondamento, a cura di Pietro Chiodi, Utet, Torino 1978, p. 617).

Ritornare a discutere sul problema dell’essere significa, per Heidegger, prima di tutto, evidenziare la differenza che separa ma non divide l’essere dall’ente. Questa è per Heidegger la «differenza ontologica», che è senza alcun dubbio il fulcro dell’intera riflessione heideggeriana, per la quale l’essere è altro da ogni ente e nessun ente può essere equiparato all’essere. L’essere deve essere distinto dall’ente proprio perché è l’essere dell’ente. E, dopo la «svolta» si vedrà più chiaramente – scrive Severino – che « l’«essere», per Heidegger, non è nessuno degli enti; non è nemmeno quel Super-ente che è il Dio della tradizione occidentale. È invece ciò che si manifesta nel «disvelamento» […] Il «disvelamento» non è un atto umano. Heidegger lo interpreta come una luce che sorge dall’oscurità (a cui è quindi essenzialmente unita) e che illumina le cose. E aggiunge, spintovi dal senso greco di quella parola, che tale luce, ancor prima di illuminare le cose, quindi indipendentemente da esse, apre una «radura» luminosa che non è costituita da alcun ente e non rappresenta alcun ente, ma è, appunto, l’«essere» di ogni ente. Rifacendosi ai primi pensatori greci, Heidegger intende affermare la «differenza ontologica» tra «essere» e «essente». Però, sia dell’«essere» sia dell’«essente» esclude che siano un nihil absolutum. Questo, anche se l’«essere», che non è un nihil absolutum, è Nichts, «nulla dell’«essente» (nulla relativo). Un tratto essenziale, dunque, accomuna i termini della «differenza ontologia»: il loro non essere un Nihil absolutum». (Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006, pp. 109-110).

Severino, continuando la sua analisi, aggiunge: «Ciò significa che l’ontologia autentica si rivolge a un senso dell’essente essenzialmente più ampio dell’«essente» di cui parla Heidegger, cioè include non solo ogni differenza, ma anche la «differenza ontologica» (ivi, p. 110).

In conclusione Severino scrive: «Rivolgendosi a questo senso essenzialmente più ampio dell’essente, il linguaggio, nei miei scritti, indica i tratti concreti che costituiscono l’impossibilità che l’essere non sia – ossia che costituiscono la necessità del suo essere, la sua «eternità» […] Heidegger, all’opposto – unendosi all’intero pensiero dell’Occidente -, pensa che se l’«essente», quando è, non è un nihil absolutum, tuttavia esso sarebbe potuto rimanere un nihil absolutum, e lo è stato, e lo ridiventerà sicuramente. E questo va detto anche dell’«essere», che è «evento», Ereignis, il cui mantenersi al di fuori del nihil absolutum non ha alcuna garanzia » (ivi, pp. 110-111).

Riprendendo l’analisi heideggeriana, aggiungo che nell’interrogarsi sulla questione dell’essere per definire cosa esso sia, occorre interrogare l’ente. Ma a quale ente bisogna porre la domanda «cosa è l’essere?». Heidegger risponde che in ogni domanda si può individuare un «cercato» (ciò che si domanda), un «ricercato» (ciò che si trova) e un «interrogato» (ciò a cui si domanda) ; che qui il «cercato» è l’essere, il «ricercato» è il senso dell’essere e l’«interrogato» non può che essere una cosa, un ente, perché l’essere, in quanto trascendentale, è sempre «l’essere di un ente».

L’« interrogato » è quindi un ente. Ma quale ente? Heidegger chiama questo ente l’«Esserci» («Dasein»), che ha « un primato in vari sensi rispetto ad ogni altro ente. In primo luogo ha un primato ontico: questo essere è determinato nel suo essere dall’esistenza. In secondo luogo ha un primato ontologico: per il suo essere determinato dall’esistenza, l’Esserci è in sé ontologico ». (Martin Heidegger, Essere e tempo, a cura di Pietro Chiodi, Longanesi 1976, p. 30).

In relazione al tema dell’«analitica dell’esserci», si deve dire che «l’essenza dell’Esserci consiste nella sua esistenza». Per esistenza non si intende una «proprietà», cioè la semplice presenza di qualcosa come questo o quell’essere umano. Per esistenza si intende ogni modo d’essere dell’uomo (esserci). «Esserci» non indica dunque l’uomo in quanto singolo (questo o quello), ma il suo «essere» in quanto «esistente» (esistente umano). L’esserci non è dunque una proprietà ma il nostro modo d’essere: noi possiamo conquistarlo o perderlo. Possiamo cioè essere noi stessi, appropriarci di noi stessi autenticamente o inautenticamente. Per passare da un’esistenza inautentica a una esistenza autentica, l’esserci deve basare la sua vita sull’unica possibilità certa, assoluta, insormontabile che lo caratterizza: la morte, che riguarda propriamente ciascuno di noi. Quindi il nostro «essere-nel-mondo» deve diventare un «essere-per-la-morte», nel senso che si deve tenere sempre presente e viva nella nostra coscienza questa possibilità ultima.

Ovviamente questa consapevolezza della ineluttabilità della morte è fonte di « angoscia» perché mette l’uomo al cospetto del nulla. Ma se l’uomo riesce ad accettare che la sua vita ha un termine e che niente può fare per modificare questo suo destino, l’«angoscia» può diventare «positiva», nel senso che l’uomo, proprio perché si è convinto di trovarsi nella situazione di non avere a sua disposizione un tempo infinito, può essere indotto a compiere con continuità delle scelte capaci di dare senso alla sua vita.

In conclusione, voglio richiamare questa osservazione critica di Emanuele Severino: «Ora, sono a tutt’oggi convinto che in Essere e tempo il metodo fenomenologico non sia in grado di reggere tutto quello che in quest’opera viene affermato. Gran parte delle tesi di Essere e tempo non hanno cioè carattere fenomenologico, ma inferenziale. Non solo: la stessa struttura di fondo di quest’opera ha un carattere inferenziale. E il motivo essenziale è che essa non si limita a descrivere la dimensione ontologica accanto alla dimensione ontica, ma pone la dimensione ontologica come condizione, fondamento della dimensione ontica, cioè come qualcosa senza di cui quest’ultima non potrebbe costituirsi; e l’esistenza della « condizione », del «fondamento», del «ciò senza di cui non», non può essere il contenuto di un’affermazione fenomenologica, la quale non può che affermare l’esserci di fatto di un contenuto, ma non la necessità del suo esserci». (Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, Milano 1994, p. 23).

BIBLIOGRAFIA

  1. Martin Heidegger, Essere e tempo, a cura di Pietro Chiodi, Longanesi 1976.

  2. Martin Heidegger, Essere e tempo. L’essenza del fondamento, a cura di Pietro Chiodi, Utet, Torino 1978.

  3. Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, Milano 2006.

  4. Emanuele Severino, Heidegger e la metafisica, Adelphi, Milano 1994.

  5. Nicoletta Cusano, Sintesi e separazione, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2017.


TRATTO DA:

Atti del Congresso “Heidegger nel pensiero di Severino” svoltosi a Brescia nei giorni 13-15 giugno 2019

vai al file in formato pdf (198 pagine): http://bit.ly/2KmCJrM

Un pensiero riguardo “URSINI Vasco, Essere e Tempo di Martin Heidegger. Intervento al Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019

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