Vasco Ursini: Altri passi della mia lunga lettera del 16.6.2003 a Emanuele Severino

Mi sono deciso a pubblicare quasi per intero la suddetta lettera perché essa contiene risposte illuminanti di Severino alle questioni che gli prospettavo, aspetti essenziali del suo pensiero filosofico e, infine, sue risposte alle domande di un intervistatore, anch’esse estremamente importanti. Quasi per intero – dicevo – perché. ovviamente, mi asterrò  dal riferire le parti della lettera in cui sono espresse questioni che rientrano nella nostra sfera personale.

Chiarissimo Professore,

La mia telefonata del 5 scorso è stata senza dubbio invadente e me ne scuso. Di questa invadenza devo darle giustificazione. So bene che è indelicato telefonare a una persona di cui non si ha diretta conoscenza. Ma, in questo caso, non sono riuscito a controllarmi. Troppo forte era in me il bisogno di contattarla, di parlarle, di sentirla. Evidentemente non mi basta più quella conoscenza di Lei che è nata e cresciuta attraverso uno studio ininterrotto delle sue opere, che ha avuto inizio negli anni Settanta. Opere che ormai credo di aver compreso in profondità fino alla loro assimilazione, con conseguente radicale trasformazione delle modalità di percezione del mio essere e del mio stare al mondo, e dunque della mia stessa sensibilità filosofica. Esse mi aiutano, tra l’altro, a fronteggiare il nichilismo che abbiamo tutti nel sangue perché da sempre esso pervade la storia e la cultura sia dell’Occidente che dell’Oriente. Ma fronteggiarlo non è facile, come non è facile digerire le rivoluzionarie conseguenze che il suo “tramonto” comporta. Non è facile convincersi di quanto Lei ha scritto a proposito di questo tramonto, che:

non è la semplice correzione di un errore della coscienza filosofica, per quanto profondo ed esteso possa essere; nel tramonto del nichilismo tramontano le opere del nichilismo – tramonta l’Occidente – e, innanzitutto, tramonta l’isolamento della terra e quindi il contrasto in cui consiste l’essenza del mortale;

che, conseguentemente, “col tramonto del nichilismo l’uomo appare come ciò che egli è da sempre: l’eterno apparire del destino della verità” (Cfr. Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, p. 33).

Fronteggiare il nichilismo non è facile perché ci siamo formati e abbiamo operato nell’ambito di una cultura tutta intrisa di nichilismo. Ancora meno facile era negli anni Cinquanta e Sessanta, quando lo stesso ambiente universitario romano che frequentavo ne era profondamente pervaso. Certo, si avvertiva la crisi della tradizione filosofica, senza però essere capaci di trovare un via d’uscita da questa impasse. Erano gli anni in cui mi avvalevo della frequentazione di filosofi di grande spessore, quali Ugo Spirito, da cui ebbi amicizia e stima,Franco Lombardi, Pietro Prini e Paolo Filiasi Carcano, forse l’unico che timidamente tentava di dare soluzione al problema. Erano gli anni in cui si acuiva sempre con maggiore consapevolezza la crisi del neoidealismo gentiliano e crociano, che aveva influenzato profondamente la cultura e il pensiero filosofico per tutto il primo cinquantennio del XX secolo, non solo in Italia. Eppure, nell’ambito universitario romano ci si limitava a chiedersi se la cultura italiana fosse ancora idealistica. Ne è testimonianza il volume, che ancora conservo, La cultura idealistica in Italia, pubblicato nel 1963 dall’Istituto di Filosofia dell’Università di Roma, diretto da Franco Lombardi. In esso sono raccolte le relazioni tenute da vari filosofi nel primo di una serie di convegni appositamente programmati, che aveva come tema, E’ la cultura italiana ancora idealistica? Il convegno si svolse dal 1 febbraio al 17 maggio 1963 presso l’Istituto di filosofia della Università di Roma e vide tra i relatori filosofi come Franco Lombardi,Augusto Guzzo, Ugo Spirito, Pietro Piovani, Forest Williams, Paolo Filiasi Carcano, Guido Calogero, Gaetano Calabrò, Tullio De Mauro ed altri. Il convegno si teneva a distanza di 26 anni da quando Ugo Spirito, con la pubblicazione della Vita come ricerca (Sansoni, 1937), era passato dall’attualismo gentiliano al sofferto problematicismo.

Nessuno in quell’ambiente universitario, e tanto meno io che tra loro ero il più sprovveduto, riusciva a percepire ciò che invece Lei, pressoché in quegli stessi anni e con maggiore larghezza di vedute in quelli successivi, cominciava a portare alla luce, puntualizzando che:

  • alla base della storia dell’Occidente c’è una struttura comune, nel senso che tutte le forme del pensiero occidentale condividono la fede nel divenire, secondo la quale tutti gli enti, tutte le cose sono nel tempo;
  • la convinzione che gli enti siano nel tempo, che dunque nascano e muoiano, che provengano dal nulla e scompaiano nuovamente nel nulla, è contraddittoria in quanto implica che l’ente, cioè qualcosa che è, possa anche non essere, e precisamente nel futuro, nel quale non è ancora, o nel passato, nel quale non è più;
  • in questa contraddizione cadono la storia e la cultura dell’Occidente, e ormai di tutta la terra, contraddizione che implica un nichilismo di fondo presente nello stesso pensiero parmenideo, nel cristianesimo, nel marxismo, e infine nell’essenza della tecnica moderna;
  • quest’ultima rappresenta il coerente compimento del nichilismo occidentale, che è “l’apparire degli eterni spettacoli della follia, cioè della violenza, della devastazione dell’uomo e delle cose”, perché pretende di produrre e distruggere le cose a suo piacimento, di farle nascere dal nulla e tornare nel nulla;
  • dunque la tecnica moderna, nel pensare di essere capace di creare e distruggere le cose, prende oggi il posto occupato in passato da Dio;
  • pertanto tecnica e teologia si situano entro l’orizzonte nichilistico dell’Occidente, proprio perché trattano l’ente come fosse un niente.

Di qui, il suo richiamo perentorio: abbandonare la “via della notte” per “ritornare a Parmenide” e riappropriarsi così dell’idea che “l’ente è e non può non essere“, e che dunque il non ente non è, e non può essere. Ciò ci indurrà a incamminarci sulla “via del giorno” e ci si farà chiaro che – proprio perché solo dell’ente si può pensare che è, e che non può non essere – è impossibile che esso sia diveniente. Dunque, l’ente, ciascun ente deve essere pensato come immutabile, eterno. Esso ha la natura del sole, che continua a risplendere anche dopo la sua scomparsa dall’orizzonte del nostro vedere.

Questo è il nucleo centrale del suo discorso filosofico, di cui sono ormai convinto. Perplessità, dubbi, tensioni nascono in me per altri aspetti che pure lo costituiscono e che sono presenti nel suo ultimo libro, La Gloria (Adelphi, 2001). E’ un libro che, anche dopo molte letture, stento a padroneggiare. Eppure conosco e credo di aver capito i libri precedenti dai quali nasce. Ma non demordo, sono ormai impegnato a riesaminarlo per la quinta volta e confido di riuscire, prima o poi, a padroneggiarlo.

So che ha impiegato più di vent’anni a scriverlo, e che con esso ha inteso rispondere a quelle domande che chiudono il Destino della necessità (Adelphi, 1980), e specialmente alla domanda che l’uomo da sempre si pone: quali spettacoli si mostrano – se si mostrano – dopo la morte?

Tale domanda, così angosciante, acquista nel Suo discorso un significato diverso da quello usuale. Per Lei la morte sembra avere un significato che sta al di là di ciò che comunemente si intende con questa parola. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. La morte, dunque, non va intesa come l’intende l’Occidente, cioè come annientamento, anche se esso poi mira, in alcuni casi, a salvare l’anima e la coscienza, che continuerebbero ad avere una loro vita. Per Lei, invece, la persuasione che una qualsiasi cosa o evento possa annientarsi – e annientato sia niente – è follia essenziale. Al di fuori di questa follia, appare l’eternità di ogni cosa, di ogni evento.

Mi riferisco ora alle interviste da Lei rilasciate a due giornalisti, pubblicate, la prima, sul “Corriere della Sera” del 15.2.2001, la seconda, su “Il Foglio” del 17.2.2003. In entrambe Lei si riallaccia al contenuto del suo ultimo libro e rilascia dichiarazioni sostanzialmente identiche, per cui mi riferirò soltanto a quella rilasciata al giornalista de “Il Foglio”, Giancarlo Perna,  a cui Lei dice:

“Mi dico neoparmenideo, per semplificare. In verità sono l’opposto di Parmenide […] Per lui l’Essere è la pura luce senza considerare i colori. Lui afferma l’eternità della pura luce, mentre il molteplice, il mondo sono illusione. Io dico che sono eterni, proprio il mondo e la molteplicità, il mio e il suo essere. Quello che unisce me a Parmenide, è l’eternità: Tutto è eterno. Non esiste un passato che non sia nulla e attende di entrare nell’Essere. L’Essere si affaccia progressivamente nella storia. La storia e il tempo sono il progressivo affacciarsi degli eterni”.

Rivolgendosi all’incredulo giornalista, Lei prosegue:

“Anche il nostro incontro è eterno. E’ un essente, cioè un non niente. Questa è la verità del mondo, anche se per follia non ce ne accorgiamo. Pure nel morto, c’è questa verità”.

Confuso da queste sue parole, il giornalista obietta: “Ma se il morto è morto, è morto”.

Lei ribatte: “Se accettiamo che tutto è eterno, si rovescia tutto. Anche i morti pensano. Questa verità c’è nel morto, nell’infante, nel cretino”.

Il giornalista spaventato e intimorito: “Dice a me?

Lei gli risponde così:

“Il cacciatore crede di vedere solo gli uccelli che prende di mira, ma ha davanti il cielo della Verità, anche se nota solo le variazioni. Cioè i volatili cui è interessato. Per volontà di potenza, gli individui preferiscono pensare che il mondo venga dal nulla e vada nel nulla, di determinare la loro vita, che tutto sia divenire. Noi non decidiamo, siamo destinati a vivere la vita che noi siamo”.

Al giornalista che timidamente dice di aver capito, Lei ribatte:

“Lei non capisce. In un’ora è difficile capire. Questo è lo iato tra mass-media e filosofia”

Alla domanda del giornalista, “Cosa pensa oggi di Dio” Lei risponde:

“E’ uno dei principali modi in cui l’uomo ha inventato la potenza che può tirare le cose fuori dal nulla e riportarcele. Dio è l’ultima tecnica e la tecnica è l’ultimo Dio. Dio è comunque un errore per il quale ho grande ammirazione. Ha una nobiltà che va lodata. La smobilitazione del concetto di Dio deve essere lenta, per evitare vuoti improvvisi”

Cos’è la filosofia?” – chiede il giornalista. Lei risponde:

“Ricerca della verità. Un sapere che non possa essere smentito nemmeno da Dio […] La Verità si impone. La pretesa di mettere nel sepolcro dell’individuo la carne viva della verità, è ridicola”. 

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