Il 1900 è l’anno della morte di Nietzsche, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini ha aggiornato il suo stato.12 settembre 2016

Il 1900 è l’anno della morte di Nietzsche, filosofo destinato a scuotere il pensiero di un’intera epoca.

Sigmund Freud nello stesso anno pubblica “L’interpretazione dei sogni”, testo che segna, con le sue rivoluzionarie tesi, l’inizio della psicoanalisi.

Il concetto più innovativo di Freud è l’inconscio. Tale concetto influenzerà il pensiero filosofico successivo e, più in generale, tutte le forme della cultura mondiale. La scoperta dell’inconscio induce gli uomini a comprendere di non essere più “padroni in casa propria”, a scoprire che la loro esistenza non si decide all’interno della coscienza e della volontà, ma si articola ad un livello sotterraneo sul quale essi non hanno totale controllo

Giuseppina Catone, Vattimo e Severino sulle tracce del nichilismo nietzscheano, tesi, 282 pagine

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https://www.tesisenred.net/bitstream/handle/10803/399923/GIUSEPPINA%20CATONE_TESI.pdf?sequence=1&isAllowed=y&fbclid=IwAR1G_cDsbo48os2aLNGky7oph-lp4_2Bwy5Npe2TVkNnOdr3BjtAnXk7XZ0

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi editore

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ADELPHI.IT
Questa opera capitale, composta di testi stesi fra il 1936 e il 1946, non è né una monografia su Nietzsche, né una nuova interpretazione – fra le tante – del suo pensiero e nemmeno la ricostruzione di un capitolo di storia della filosofia. Come dichiarano le parole con cui il libro esordisce,…

“RITORNARE A PARMENIDE” : “Nietzsche riteneva di essere il solo filosofo che in due millenni e mezzo fosse riuscito a sottrarsi alla plumbea seduzione di Parmenide … . Ma il rapporto tra la filosofia – e, anzi, la cultura e la civiltà stessa dell’Occidente – e Parmenide è estremamente più complesso e ambiguo, citazione da: Emanuele Severino, Sortite. Piccoli scritti sui rimedi (e la Gioia), Rizzoli, Milano 1994, pp. 273 – 278

 

Nietzsche riteneva di essere il solo filosofo che in due millenni e mezzo fosse riuscito a sottrarsi alla plumbea seduzione di Parmenide – il pensatore di Elea che Platone chiamava ” venerando e terribile “. Ma il rapporto tra la filosofia – e, anzi, la cultura e la civiltà stessa dell’Occidente – e Parmenide è estremamente più complesso e ambiguo. Siamo forse dinanzi al nodo e all’enigma più profondo della nostra storia. Tanto che potremmo azzardarci ad affermare che il messaggio di Parmenide è più decisivo di quello di Buddha e di Cristo, e della stessa scienza moderna.
Ma che cosa dice? Non sembra una domanda particolarmente complessa: si limita a chiedere che cosa ha affermato Parmenide. Eppure è già estremamente difficile darle una risposta. Anzitutto, perché di Parmenide ci sono giunti solo pochi frammenti citati nelle opere di antichi autori. E si tratta di versi, scritti nella lingua greca di cinque secoli prima di Cristo. Inoltre – e proprio all’opposto di quanto potrebbe sembrare – il problema dell’interpretazione dei frammenti è complicato dal fatto che lungo l’intera storia del pensiero filosofico, dai discepoli di Parmenide a Platone, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Hegel (e si può aggiungere anche il nome di Heidegger) il pensiero di Parmenide è stato interpretato in modo sostanzialmente omogeneo: per questo pensiero, che per la prima volta nella storia dell’uomo si rivolge a un senso radicalmente nuovo dell’ “essere”, l’ “essere” non è le cose, gli enti, ma, se si vuole usare una similitudine, è come la luce rispetto alle cose colorate; una luce, tuttavia, così accecante che non le illumina, ma le arde e le dissolve. Ossia il mondo è illusione e solo la pura luce dell’ “essere” è. Eternamente.
Parmenide non si limita ad affermare questa tesi: con lui incomincia quel procedimento del pensiero che poi verrà chiamato “dimostrazione”. Appunto per questo tutta la filosofia dopo Parmenide vuole salvare il mondo dalla distruzione, pepetrata dal pensiero parmenideo. E Platone riterrà indispensabile il “parricidio”, ciè l’uccisione del padre Parmenide.
[ … ]
A partire dal secolo scorso ci si rende sempre più conto della complessità del Poema di Parmenide: fino a che punto la luce dell’ “essere” illumina le cose e fino a che punto le annienta? Quasi trent’anni fa ho pubblicato uno scritto, il cui titolo, ‘Ritornare a Parmenide’, allude al compito primario della filosofia, in cui è coinvolto il destino stesso della nostra civiltà. Non si tratta però di essere nuovi parmenidei, ma di ripetere in modo esenzialmente diverso il “parricidio”. Si tratta di riusicire per davvero ad andare oltre Parmenide – il Parmenide che lungo l’intera storia della filosofia si presenta con un volto sostanzialmente costante. E perché parlare di “ritorno”? Perché Parmenide indica qualcosa di essenziale, che lungo la storia dell’occidente è andato perduto: l’eternità dell’ “essere”. Per Parmenide, eterno è l’ “essere”, inteso come pura luce. Si tratta invece di comprendere che eterno è tutto ciò che è, tutti i colori illuminati.
[ … ]
Nei miei scritti, “ritornare a Parmenide” significa che è necessario ‘ripetere il parricidio’ mediante il quale Platone procede oltre Parmenide. La forza straordinaria del pensiero di Parmenide minaccia l’esistenza del mondo. Platone – e Aristotele – intendono salvare il mondo da Parmenide. Ma il modo in cui essi operano tale salvazione – e in essa consiste appunto il “parricidio” – mantiene viva l’essenza di ciò che in Parmenide porta alla negazione del mondo: l’essenza del nichilismo. Parmenide ha un’importanza unica nella storia dell’uomo,perché è, insieme, il padre del nichilismo e colui che indica la direzione lungo la quale il nichilismo può essere oltrepassato. L’oltrepassamento del nichilismo è la salvazione autentica del mondo. Per Parmenide ciò che è eterno è l’essere, ma non le cose concrete del mondo: esse, per lui, sono niente. Platone e Aristotele intendono salvare le cose dal niente. Ma le concepiscono come ciò che esce e ritorna nel niente. Solo apparentemente essi e l’intera cultura occidentale) procedono oltre Parmenide. L’oltrepassamento autentico di Parmenide richiede che l’eternità, l’impossibilità di non essere, non sia riferita semplicemente all’essere, ma a ogni determinazine, a ogni istante. Nessun istante è “il primo e l’ultimo”, perché ogni istante, nella concretezza del suo contenuto, è eterno e non è dunque mai travolto dall’annientamento della morte. Il che, certo, implica un’ermeneutica del divenire, radicalmente diversa da quella dominante nella cultura occidentale: il divenire, inteso come l’apparire e lo scomparire degli eterni astri dell’essere – ogni cosa, ogni situazione, ogni azione essendo un eterno astro dell’essere.
(Emanuele Severino, Sortite. Piccoli scritti sui rimedi (e la Gioia), Rizzoli, Milano 1994, pp. 273 – 278).

VASCO URSINI, IL PENSIERO, già pubblicato nel gruppo: Amici di Emanuele Severino, 14 febbraio 2019

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi:

fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “.

Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica.

La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea. Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire .

Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger. La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito . Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica. Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire. L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:
a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.

b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.

c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.

Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro. Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno.

Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere. La filosofia ha inteso indicarne il volto. Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare. Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere. Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo. Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire. L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili. A questo proposito, asserisce Severino:

La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […]Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “. Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ).

L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce).

Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.).

La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia.

Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada.

E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo?

Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità? Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno .

Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri.

Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita. Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità.

Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni.

Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “.

Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee.

Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili.

E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio.

Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino.

Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.


da

Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino ci dice come va interpretata la tesi dell’ “eterno ritorno” del grande Nietzsche, in L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 168 – 172

Emanuele Severino ci dice qui come va interpretata la tesi dell’ “eterno ritorno” del grande Nietzsche.

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

LA POTENZA DELLA VOLONTA’ SUL PASSATO
COME FONDAMENTO DELL’ETERNO RITORNO

Ciò che getta in catene la volontà liberatrice è il suo sentirsi impotente di fronteallo spettacolo del passato. Per l’intera tradizione metafisico-morale, la volontà non ha alcuna potenza sul passato ” E’ impossibile che ciò che è già fatto divenga qualcosa di non fatto ” (factum infectum fieri nequit). [ … ] Allora questo principio, affermando che è impossibile che una volontà faccia diventare un non mai accaduto ciò che è accaduto, afferma insieme che è impossibile che ciò che è già accaduto divenga comunque qualcosa rispetto a cui la volontà possa ancora prendere posizione e decidere. ” Così fu ” – e rispetto a ciò che fu non c’è più nulla da decidere e da fare. Ma che esista il ” così fu ” è appunto ciò che incatena la volontà liberatrice.
Essa è impotente contro il già fatto, e ” di per sé ” è ancora imprigionata, non perché la sua natura sia assegnata all’impotenza, ma perché essa, ancora, è persuasa di essere impotente – e si trova confermata in questa sua persuasione dal modo in cui si sente interpretata dal pensiero metafisico-morale.
Rispetto alla duplice impossibilità affermata dal secondo dei due modi di intendere il ‘ factum infectum fieri nequit ‘ qui sopra indicati, il pensiero di Nietzsche mostra che è necessario negare la seconda impossibilità – cioè l’impossibilità che ciò che è accaduto divenga qualcosa rispetto a cui la volontà possa ancora decidere e tenerlo ancora in suo potere -, ma che tale negazione non implica l’assurdo della trasformazione di ciò che è accaduto in qualcosa che non è mai accaduto.
Ciò ci porta verso il compimento della ” redenzione ” quando si infrangono le catene dell’impotenza che la volontà attribuisce a se stessa. Ma, intanto, il testo dello ‘ Zarathustra ‘ sta suggerendo che il cammino che porta ‘ verso ‘il compimento della redenzione è lo stesso cammino che porta ‘ verso ‘ il compimento della ” morte di Dio “. E ci si deve preparare a scorgere nella dottrina dell’eterno rìitorno il ‘ compimento ‘ di questo cammino. Il testo sta dunque suggerendo che l’inevitabilità della distruzione di Dio è la stessa inevitabilità della distruzione dello ” spettacolo del passato ” che sta piantato dinanzi alla volontà metafisico-morale. Si tratta di portare in piena luce questa dilatazione dell’inevitabile: di comprendere cioè che l’evidenza del divenire richiede inevitabilmente non solo la ” morte di Dio “, ma anche la morte dell’impotenza della volontà rispetto al passato. E’ sul fondamento di questa inevitabilità che ci si porta verso il compimento della redenzione della volontà. [ … ]
La negazione dell’immodificabilità del passato e dell’impotenza della volontà è inevitabile. E’ inevitabile che la fede nel ” così fu ” sia una ” filastrocca della demenza “. Quando Nietzsche scrive lo Zarathustra non ha ancora steso le annotazioni relative al ” processo dell’assimilazione “, che qui sopra abbiamo introdotto, ma esse sono già tutte all’opera nell’unificazione, compiuta nel testo dello Zarathustra, della fede in Dio e della fede nell’immodificabilità e irreversibilità del passato.
La ” redenzione “, dunque, a questo punto, è innanzitutto la negazione dell’impotenza della volontà di fronte al passato: la coscienza che il sentimento di impotenza è falso, è l’effetto di un grande ” schema ” dell’ “Essere immutabile”, e che quindi la volontà può liberarsi totalmente dall’eterno, volendo essere potente anche sul passato, volendo anche il passato.
Ma in che modo? La dottrina dell’eterno ritorno risponderà a questa domanda.

(E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 168 – 172)

Vasco Ursini‎ a Amici di Emanuele Severino: sentiamo Nietzsche

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Sentiamo Nietzsche:

“Ciò che narro è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà avvenire in modo diverso: l’avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già ora; poiché qui è al lavoro la necessità stessa. Questo futuro già parla in cento segni, questo destino si annuncia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie già sono tese. Tutta la nostra cultura europea già da lungo tempo si muove con la tortura della tensione, che cresce di decennio in decennio, come se andasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa: come un fiume, che vuole arrivare alla fine, che non si ricorda più, che ha paura di ricordare”.

(Nietzsche, La volontà di potenza).

Vasco Ursini. Sentiamo Nietzsche: “Ciò che narro è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà avvenire in modo diverso: l’avvento del nichilismo” …, da La volontà di potenza

“Ciò che narro è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà avvenire in modo diverso: l’avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già ora; poiché qui è al lavoro la necessità stessa. Questo futuro già parla in cento segni, questo destino si annuncia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie già sono tese. Tutta la nostra cultura europea già da lungo tempo si muove con la tortura della tensione, che cresce di decennio in decennio, come se andasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa: come un fiume, che vuole arrivare alla fine, che non si ricorda più, che ha paura di ricordare”.

(Nietzsche, La volontà di potenza).

EmanueleSeverino: Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio, video pubblicato da In Labore Fructus , 5 ottobre 2018

Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio.

Qui Dio vuol dire qualsiasi realtà assoluta, definitiva, eterna e immutabile. Tenendo ferma la concezione nichilistica del divenire del mondo è impossibile affermare l’esistenza di un eterno. La tradizione filosofica affermava che l’esistenza del mondo diveniente esigesse la presenza dell’eterno, il sottosuolo filosofico si accorge che l’evidenza innegabile del divenire rende impossibile l’esistenza del Dio-eterno.

Tolto di mezzo Dio l’unica realtà a rimanere in piedi è il mondo del divenire.

NIETZSCHE E IL SENSO ONTOLOGICO DEL DIVENIRE, in E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 31 – 37

 

Da sempre il divenire del mondo è inteso come un ‘ divenir altro ‘; ma solo la filosofia greca incomincia a pensare che, nel divenir altro, l’altro sia o il ‘ niente ‘ del qualcosa che diviene, o l’ ‘essere’ di ciò che ancora è niente e che, divenendo, incomincia appunto ad essere. Solo con i Greci il divenire viene pensato cioè come processo in cui il divenire oscilla tra l’ “essere” e il “niente” (“non essere”). In tal modo la semantica del divenire diventa ‘ ontologia ‘. Da allora il senso ontologico del divenire sorregge e guida l’intera storia dell’Occidente – e innanzitutto l’intera storia del pensiero filosofico; e dunque anche il pensiero di Nietzsche (cfr. E. Severino, Essenza del nichilismo; Tautotes).
Ciò non vuol dire che la filosofia greca abbia coscienza della propria essenziale originalità. Anche in seguito tale coscienza sarà spesso assente (si pensi ad esempio a Leopardi, Marx, Freud). E anche nietzsche considera il senso ontologico del divenire come qualcosa che esiste anche prima o comunque al di fuori dell’area del pensiero greco. Parla infatti più volte del ” nichilismo buddista “, che è una delle forme più ” celebri ” di ciò che egli chiama ” nichilismo passivo “, ossia di ciò che (come il nichilismo della morale e del cristianesimo) ‘ annienta ‘ la vita. [ … ]
La morale e il cristianesimo, come il buddismo, annientano la vita affermando che ciò che ha ” valore ” sta al di fuori e al di sopra di essa. Finiscono con l’annientarla, anche se la posizione dei valori ha l’intento di favorire la sopravvivenza. Quando ci si rende conto che questo tentativo fallisce, prende piede il nichilismo “europeo”, cioè il processo in cui (come suona un aforisma di Nietzsche dell’autunno 1887) ” i valori supremi si svalutano ” . [ … ]
Certamente, la realtà che resta annientata nel nichilismo buddistico, morale, cristiano è diversa dalla realtà che viene annientata nell’elemento dionisiaco del poeta e del filosofo tragico; qui sono annientate le determinazioni particolari del divenire; là è annientato il divenire stesso, la stessa vita, la terra. Ma il senso dell’annientamento, il significato essenziale di questa parola, rimane identico. Sia il ‘ nichilismo ‘, sia il ‘ superamento ‘ del nichilismo – nella Prefazione dell’edizione 1906 della ‘ Volontà di potenza ‘ Nietzsche scrive di avere “il nichilismo dietro di sé. sotto di sé, fiori di sé” (trad. it. Bompiani, Milano, p. 4) – hanno in comune, per Nietzsche, la convinzione che l’annientamento è il processo in cui l’essente diventa niente.

(E, Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, pp. 31 – 37)

NIETZSCHE E IL PASSATO, in Emanuele Severino, “La potenza dell’errare”, pp. 118-120

 

“Il genio di Nietzsche sta nel rendersi conto che il rapporto tra la creatività dell’uomo e Dio è del tutto analogo al rapporto fra tale creatività e il passato.
Come il Dio immoto, imperituro e sazio è immodificabile dalla volontà umana, così il passato si presenta all’uomo come immodificabile dalla sua volontà. Sul passato non si può intervenire, non lo si può cambiare. «Così fu». […]
La sua esistenza è infatti la legislazione che condiziona tutto il futuro. Non in senso deterministico, ma nel senso che anche quando ci si vuole liberare dal passato e dai suoi condizionamenti non si può evitare che esso sia stato così com’è stato, sicché la liberazione […] non può non esserne condizionata. Una liberazione apparente. Ci si potrà proporre di evitarne le conseguenze, ma non si potrà evitare che la totalità del futuro si mantenga in relazione a ciò che non potrà mai diventare diverso da sé e a cui ogni futuro si dovrà quindi adeguare in questo senso più profondo. […]
Pertanto, come è necessario affermare che Dio è morto, così è necessario affermare che è morto anche il passato. […] La creatività della volontà implica cioè necessariamente la sua capacità di trasformare il passato, di volere il passato come si vuole il futuro. […]
La volontà è il tratto essenziale del divenire. La sua libertà è innanzitutto liberare da Dio e dal passato, e in generale da ogni forma che gli immutabili possono assumere. Proprio per questo, è libera nel senso che non è sottoposta a nessun disegno prestabilito.”

E. Severino, “La potenza dell’errare”, pp. 118-120.

 

Sorgente: (1) Vasco Ursini