Severino, un presocrático vivo

Severino, un presocrático vivo

El pensador italiano, especialista en filosofía griega, descubrió que en el tránsito entre Parménides y Platón se decide el curso entero de la cultura de Occidente

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Commento sulla celebre frase di Gorgia: “L’uomo è misura di tutte le cose” ( Vasco Ursini ha condiviso un post nel gruppo: Amici di Emanuele Severino)

Vasco Ursini ha condiviso un post nel gruppo: Amici di Emanuele Severino.

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Commento sulla celebre frase di Gorgia: “L’uomo è misura di tutte le cose”

dia-logando: i pensatori più influenti dell’antichità. Video e Audio interventi di WALTER CAVINI, docente di storia della Filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Bologna. In pagina youtube del Centro Studi ASIA: puntate 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 33, 34, 35, 36, 38, 39, 2011

Il significato di Filosofia nella Grecia antica:

L’evento filosofico:

Quando nasce la filosofia? :

La meraviglia filosofica:

Le prime domande filosofiche :

Il ruolo del mito nella antica Grecia:

I metodi di filosofare degli antichi:

I pensatori più influenti dell’antichità:

Il procedere filosofico:

Confronto tra scienza e materialismo filosofico:

Arché in Anassimandro e negli altri presocratici:

Parmenide parte 1/3:

Parmenide parte 2/3:

Parmenide parte 3/3:

Il Tutto a partire dalla differenza:

Platone e il parricidio – Parte 1/2

 

Il parricidio e una possibile replica – Parte 2/2:

Parmenide e Severino, citazione da Emanuele Severino, La Follia dell’Angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 82-83

 

Ritornare a Parmenide non significa riproporre il passato. Ripensare Parmenide significa piuttosto ritornare al bivio da cui si dipartono il sentiero dell’Occidente e il sentiero non percorso dove la verità non è potenza sul divenire.
Nei miei scritti, ritornare a Parmenide significa oltrepassarlo in modo diverso da come è stato oltrepassato nel “parricidio” compiuto da Platone.
“Neoparmenidismo”? E’ un termine usato dai miei critici, non da me. Innanzitutto, l’essere a cui si riferiscono i miei scritti è la negazione dell’ “Essere” di Parmenide, perché non è l'”Essere” vuoto e astratto ma è la totalità concreta degli essenti.
Certo, della totalità concreta delle cose bisogna dire ciò che Parmenide dice dell’Essere, cioè che è eterna. Ma, affermando che gli essenti sono nulla, il pensiero di Parmenide (quello che è stato tramandato dalla tradizione filosofica) è la prima gigantesca forma di nichilismo.

(Emanuele Severino, La Follia dell’Angelo, Rizzoli, Milano 1997, pp. 82-83)

 

DIO È L’ESSERE, da Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo (1982) di Emanuele Severino. Citazione ripresa da storiadellafilosofia.net

Nell’opposizione originaria, ogni essere (e la totalità dell’essere) si volge verso più direzioni – si trova cioè in una pluralità di rapporti. Ad esempio: l’albero non è il monte, o questo positivo non è questo suo negativo; l’albero non è il monte, la casa e tutto ciò che è altro dall’albero. Ma quando l’essere, ogni essere, si rivolge verso quella direzione, lungo la quale si lega al suo “è” (questo rivolgersi è la via verace di cui parla Parmenide) – quando cioè dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e non può accadere che non sia, allora ogni essere prende volto divino. In quanto questo albero, con questa sua forma e colori, è e non può accadere che non sia, già questo albero è θείόν, se ό θεός è l’essere nella sua immutabile pienezza. L’essere, tutto l’essere, visto come ciò che è e non può non essere, è Dio. E quando l’essere parla di sé, dice appunto: Ego sum qui sum; che è la più alta espressione speculativa del testo sacro. A Dio non si arriva; non si giunge a guardarlo dopo un esilio o una cecità iniziali; appunto perché Dio è l’essere, di cui il logo originario dice che è e non può non essere; ossia è il contenuto della verità originaria, nella misura in cui questa si costituisce come affermazione che l’essere è.

[Severino, E. Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1982, pp. 58-59]

tratto da

Dio è l’essere – Storia della Filosofia – AM

Parmenide: l`essere e il non essere. Dialogo fra Emanuele Severino e Vittorio Hösle, video di 8 minuti

Il filosofo Emanuele Severino stabilisce un nesso tra la dottrina parmenidea dell’essere e il bisogno dell’uomo greco di trovare un rimedio contro il dolore generato dall’evidenza del divenire. La metafisica occidentale, di cui Parmenide per molti versi può essere considerato il fondatore, sarebbe pertanto un rimedio contro l’angoscia della morte

Quali sono i segni che permettono di riconoscere l`essere? Che cosa consegue dall`assoluta opposizione dell`essere e del non essere? E, infine, come considerare l`asserzione di Parmenide (Elea, 510 a.C. ca. – 450 a.C.) secondo cui l`essere è e il non essere non è? Come una mera tautologia?

A queste domande rispondono Emanuele Severino (Brescia, 1929), professore di filosofia teoretica all`Università di Venezia, e Vittorio Hösle (Milano, 1960), professore di filosofia all`Università di Essen

da http://www.filosofia.rai.it/articoli/parmenide-lessere-e-il-non-essere/3467/default.aspx

vai al video pubblicato da Rai Filosofia:

http://www.filosofia.rai.it/embed/parmenide-lessere-e-il-non-essere/3467/default.aspx

 

 

Emanuele Severino: i miei 60 anni con Parmenide, intervista di Simona Maggiorelli, 2009

«Severino novello o (eterno) Parmenide?» recita non troppo scherzosamente il depliant che invita alle Vacances de l’esprit. Ovvero, sulle Dolomiti, sette giorni di full immersion nel pensiero di quello che è considerato il maggior filosofo italiano dei nostri giorni. E se al greco Parmenide, obliato dalla riflessione metafisica dell’Occidente, il professore ha dedicato l’opera di una vita (al punto da dire oggi «chiedermi del mio interesse per Parmenide sarebbe come chiedere a un matematico perché si dedica alla matematica»), nei tre suoi nuovi libri, usciti nell’arco di sei mesi, Emanuele Severino torna a declinare in orchestrazioni nuove alcuni dei suoi temi di sempre: il nihilismo moderno fondato sulla cieca fede nel divenire delle cose. La riflessione sul senso dell’essere e del nulla. La tecnocrazia e i suoi rischi. E ancora Immortalità e destino, per dirla con il titolo del libro appena uscito per Rizzoli che si collega strettamente al precedente: L’identità della follia, nel declinare quel concetto di “follia” a cui Severino contrappone un concetto di «non follia», intesa come «necessità dell’essere sé, presente nel profondo di ogni uomo». Quasi che una qualche forma follia abitasse da sempre e irrimediabilmente l’uomo e un’immagine di sanità mentale non fosse nemmeno pienamente enunciabile. Su alcuni di questi temi, di cui la filosofia si va sempre più appropriando, denunciando il fallimento della psicoanalisi, abbiamo rivolto a Severino alcune domande.

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ARISTOTELE: “THAUMA”, da E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32

 

Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”. Per che cosa? Per questa nostra esistenza, per la vita in cui ci troviamo e la cui durezza raggiunge tutti e tutti fa soffrire e tutti angoscia. Poi, sì, ci potrà essere anche quella forma di ‘Thauma’ che è il fenomeno derivato per il quale il filosofo, magari protetto da una fittizia tranquillità, “si meraviglia” di ciò che per l’uomo comune è qualcosa di ovvio. (E non diremo certo che questa “meraviglia” sia qualcosa di superfluo). Quando Nietzsche afferma che la scienza nasce dalla paura non fa che ripetere Platone e Aristotele. E per secoli la scienza moderna concepisce la “verità” delle proprie leggi secondo il senso che alla verità è stato assegnato dalla tradizione filosofica.
La filosofia nasce perché il modo in cui il mito tenta di proteggere l’uomo fallisce. Tenta di proteggerlo dicendogli che nonostante il dolore e la morte egli vive all’interno di un senso unitario e divino – e dunque protettivo, se ci si pone nel giusto rapporto con esso. Ma ad un certo momento il mito non basta più. C’è di mezzo quel che più preme, Che cosa ci preme di più di noi stessi, della nostra esistenza sofferente, inevitabilmente sofferente? E allora, poiché della nostra esistenza si tratta, ecco che il dio del mito non basta più: occorre un ‘vero’ dio, un dio che la verità mostra alla ragione dell’uomo, il dio della filosofia, che nonostante tutto sta più avanti e non più indietro di quel dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che si è voluto contrapporre al dio dei filosofi ma che è pur sempre un dio del mito, cioè un dio inaffidabile.
Ma questo grande passato dell’Occidente – questo senso grandioso dell’esistenza, dove la verità del dio protegge l’uomo dominando e unificando tutte le cose, producendole e raccogliendole in sé – è tramontato, o se ne vedono soltanto le ultime luci. Gli ultimi duecento anni dell’Occidente sono il dispiegarsi del tramonto. [ … ] Il grande passato dell’Occidente tramonta ad opera, innanzitutto, della punta di diamante della ragione moderna: è la stessa filosofia del nostro tempo a mostrare l’impossibilità di un “vero” dio – e dunque l’impossibilità di quel dio cristiano che è stato innestato sul dio della filosofia.

(E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32).

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