Gustavo Bontadini, il fondamento della filosofia, di Davide D’Alessandro – in Il Foglio 21 Dicembre 2018

Il libro del giovane studioso Antonio Lombardi ha pagine notevoli per l’argomentare chiaro e, al contempo, è misura di un’indagine mai banale.

Penso al capitolo sull’attualismo “problematizzato” di Ugo Spirito, a quello sull’idiosincrasia metafisica dell’esistenzialismo, che ruota intorno al caso Heidegger, senza trascurare, anzi ponendolo come metodo autentico di ricerca, il capitolo sulla polemica con Emanuele Severino

21 Dicembre 2018

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Gustavo Bontadini, il fondamento della filosofia – Il Foglio

Congresso internazionale, HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO: METAFISICA, RELIGIONE, POLITICA, ECONOMIA, ARTE, TECNICA, Brescia, 13-15 giugno 2019


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https://emanueleseverino.com/2019/05/23/congresso-internazionale-heidegger-nel-pensiero-di-severino-metafisica-religione-politica-economia-arte-tecnica-a-cura-dellases-associazione-studi-emanuele-severino-brescia-13-15-giugno/


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L’eternità in Spinoza e Severino, testo di Vasco Ursini e citazioni da: E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982; E. Severino, Oltre l’uomo, oltre Dio, Il Melangolo, Genova 2002

 

Vasco Ursini

Visto che sia Spinoza che Severino pensano che siamo eterni, è opportuno chiedersi se dicono la stessa cosa, se intendono allo stesso modo “questo nostro essere eterni”.

Lasciamo rispondere a questa domanda Emanuele Severino:

” Nella prima parte dell’Ethica, Spinoza definisce la “causa sui” come ” id, cuius essentia involvit existentiam”. Ma come già nella metafisica scolastica e in Platone, questo “id”, che non può essere pensato non esistente, non è ogni non-niente, ma è quell’ente privilegiato. che è Dio. Anche Spinoza incomincia il suo discorso, pensando l’essere come ciò che può non esistere, e cioè identificando l’essere e il niente”.
(E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 182).

E ancora:

“Il sopraggiungere necessario degli eterni della terra è essenzialmente diverso dalla produzione delle cose del mondo da parte di Dio (‘res a Deo productae’) della “Sostanza” spinoziana, che sono pensati da Spinoza come l’intero Occidente pensa gli essenti, ossia come ciò la cui “essenza” “non implica necessariamente l’esistenza”, secondo quanto Spinoza afferma nella proposizione XXIV : rerum a Deo productarumk esentia non involvit existentiam”.
(E. Severino, Oltre l’uomo, oltre Dio, Il Melangolo, Genova 2002, p. 116).

E ancora:

“L’essente non è necessariamente legato né all’esistenza né all’inesistenza, cioè al nulla; giacché, proprio perch<é l’essenza della cosa prodotta da Dio non implica l’esistenza, non implica nemmeno l’inesistenza – tanto che, appunto, essa è prodotta da Dio. Questo non essere negato né all’esistenza né all’inesistenza è il senso fondamentale della libertà ontologica dell’essente { … ] in quanto libero da ognuna delle due, l’essente – la ‘res’ – è l’essentia”.
(E. Severino, Oltre l’uomo, oltre Dio, cit. pp. 116-117).

E ancora:

“La consonanza tra il destino della necessità e il determinismo spinoziano è un’apparenza – come è un’apparenza, qualora sia intesa come un tratto dominante, la consonanza tra incontrovertibilità e eternità dell’epistéme e l’incontrovertibilità e l’eternità del destino della verità”.
(E. Severino, Oltre l’uomo, oltre Dio,cit., p. 116.

E infine:

“La consonanza tra il determinismo di Spinoza e la necessità che appare nel destino della verità è apparente perché i due tratti presuntivamente consonanti sono immersi in due contesti abissalmente diversi, essenzialmente dissonanti, che rendono a loro volta quei due tratti. Ciò non toglie che, per esempio, sia Gesù che Einstein abbiano pensato che il mondo esiste, e che per questo ci sia stata una consonanza tra i loro pensieri”.
(E. Severino, Oltre l’uomo, oltre Dio, cit, p. 118).

via Amici di Emanuele Severino

Vasco Ursini, L’atteggiamento metafisico-epistemico

L’atteggiamento metafisico-epistemico
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All’interno dell’ “episteme” nasce la fede nel divenire inteso come divenire ontologico, cioè come oscillazione degli essenti tra l’essere e il nulla. Questa oscillazione all’interno dell’episteme viene inserita in un Senso stabile, ossia in un Ordinamento immutabile e eterno che dà senso al divenire.
La metafisica è appunto l’ “episteme” quale percorso che procede dall’essere diveniente all’essere immutabile.
Questo atteggiamento metafisico-epistemico è ben presente nella coscienza cristiana.

Vasco Ursini, Massimo Donà sprofonda nel non essente

 

Che cos’è che noi incontriamo nella nostra vita? Sempre e solamente il non essente”.
Queste parole le ha pronunciate Massimo Donà, il prof Massimo Donà, professore di Metafisica e ontologia dell’arte presso l’università Vita-salute San Raffaele di Milano, e le ha pronunciate nel corso della quinta edizione della festa di scienza e filosofia a Foligno del 2015.

Che cosa c’è di strano? Il fatto è che Donà è stato uno degli allievi più brillanti di Severino, egli conosce molto bene gli scritti del filosofo bresciano. Donà, sulla scia di Sant’Agostino, ritiene che il presente, l’istante (hic et nunc), non sia esteso, altrimenti sarebbe una durata: il presente è inesteso, è il semplicissimo, l’istante è il confine che separa il passato dal presente.

Nessuno può afferrare l’istante; se cerchi di afferrarlo, passa immediatamente (“non c’è mai, non consiste”).

Ancora: “Abbiamo il passato in cui ad esser presente è ciò che non è più. Il passato è presente come memoria”. Continua Donà: “Quando il futuro appare come futuro? Quando non è ancora”. “Nel tempo appare il non esserci di ciò che è”. Ma allora che cosa esiste per Donà? “Quel che è…È ciò che non è ancora (il futuro), ciò che non è più (il passato) e ciò che non è (il presente). “Il non essere è ciò che sempre è in virtù della potenza trascendentale del tempo che porta all’essere ciò che non è”. Di più: “Ciò che è non esclude il non essere ma lo manifesta”.


Di che cosa è fatta la mia vita? “La mia vita è fatta di tutto ciò di cui ho memoria e poi ci sono le speranze, le attese”.

E dopo?

“Basta”, sostiene Donà, non c’è altro. “Io sono ciò che non sono” afferma Donà citando le parole che Shakespeare mette in bocca a Iago nell’Otello. Bene. “Abbiamo il passato in cui ad esser presente è ciò che non è più” afferma Donà, ma che cosa egli voglia dire con “non è più” non è dato sapere. Egli si guarda bene dal fornirci qualche barlume intorno a quel nido di vipere costituito da due espressioni apparentemente innocenti come “ciò che non è più” e “ciò che non è ancora”. Non c’è verso, tu puoi sfogliare tutte le pagine dei suoi libri, ma non salta mai fuori uno straccio di spiegazione né intorno al significato del “non è più” né intorno al significato del “non è ancora”. Sembra che per Donà siano parole il cui significato è autoevidente.

Poiché, ripeto, Donà è allievo di Severino, egli, da bravo teoreta qual è, non dovrebbe forse gettare luce anche sul significato di un’espressione cruciale come “portare all’essere ciò che non è”?

 

via Amici di Emanuele Severino

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger …. Citazione da: E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Per Gianni Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer, ecc.), l'”antirealista”, cioè la critica alla “concezione metafisica della verità” sarebbe una “scoperta” di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012, p. 100). Si tratta della critica alla definizione di “verità” come “corrispondenza” tra ‘intellectus e res, tra “l’intelletto” e la “cosa”.

In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma ben prima di Heidegger, e con maggiore nitore,Gentile aveva già mostrato (rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione. In sostanza egli argomentava – per sapere se l’intelletto corrisponda alla cosa, intesa come “esterna” alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è necessario che il ‘pensiero’ confronti la rappresentazione dell’intelletto con la cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere ‘conosciuta’, non è “esterna” al pensiero, ma gli è “interna”. Ciò significa che il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna”.

Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di Nietzsche in cui si annota – probabilmente per studiarne il senso – che “non ci sono fatti ma solo interpretazioni” e che “anche questa è un’interpretazione”, ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa “sentenza” di Nietzsche dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli consideri anche la propria filosofia soltanto come un'”interpretazione rischiosa”, una “scelta”, una “volontà” le cui motivazioni sono soltanto decisioni etico-politiche (p. 53): “Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla progettualità ‘costitutiva’ dell’esistenza” (p. 122, corsivo mio). In sostanza, come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure – chiedo a lui e a tanti altri – anche l’affermazione che la libertà è “costitutiva” dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile?

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 217-218)

 

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo, citazione da: Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10

Realismo, attualismo, tecnica, sottosuolo del nostro tempo

Il “realismo” è la prospettiva all’interno della quale scienza e tecnica anche oggi procedono. Non senza alcune spinte in direzione opposta, ad esempio la fisica quantistica di Heisenberg. Per il realismo il mondo esiste indipendentemente dalla conoscenza umana. E’ una prospettiva filosofica (in certo senso ereditata da alcune configurazioni storiche del senso comune). Adottando la quale, la tecno-scienza è oggi capace di trasformare radicalmente il mondo: più di qualsiasi altra forza che abbia tentato e tenti di farlo. Anche per questo motivo la filosofia del nostro tempo ha sempre più emarginato la prospettiva “idealistica” – per la quale, invece, il mondo, la natura, Dio stesso ‘non’sono indipendenti e separabili dalla conoscenza umana. Inoltre, per “idealismo” si è inteso soprattutto l’idealismo assoluto di Hegel, sì che il generale atteggiamento, divenuto preminente, di rifiuto della tradizione metafisica ha inteso la propria presa di distanza da Hegel, in cui la metafisica giunge al proprio culmine, come la definitiva chiusura dei conti con l’idealismo i quanto tale.
Eppure realismo e idealismo hanno in comune un tratto fondamentale: la convinzione che la realtà includa la realtà che ‘diviene’. Alle culture che precedono la filosofia non è certamente ignota la trasformazione continua e variegata del mondo: teogonie e cosmogonie e, in generale, le metamorfosi costantemente presenti nel mito, la attestano nel modo più esplicito. Ma è loro ignoto il senso che la filosofia, sin dal primo inizio, assegna al ‘divenire’ – che rimane alla base dell’intero sviluppo della civiltà occidentale, ossia della dimensione i cui tratti essenziali si sono posti ormai alla base di ogni altra civiltà.
Sin dall’inizio la filosofia intende il divenire come “unità di essere e di non essere”. Ciò che diviene, infatti, “è” sin tanto che è, ma nel proprio passato e nel proprio futuro “non è”, e quindi, come diceva Platone, di esso non si può dire, separando il suo essere dal suo non essere, né soltanto che “è”, né soltanto che “non è” (Civitas, 479 e), ma è necessario dire che “insieme è e non è” […], ossia è appunto “unità di essere e di non essere”. Anche Hegel definisce così il divenire – ma oramai è il senso comune ad esser convinto che le cose del mondo che ora “sono”, prima “non erano” ancora e poi “non saranno” più, e cioè, insieme, sono e non sono.

D’altra parte la filosofia porta alla luce un senso inaudito del divenire perché indica un senso inaudito dell'”essere” e del “non essere”, dei quali il divenire è l’unità. Ossia porta alla luce l’opposizione infinita che sussiste tra l”essere’ e il ‘nulla’ (che è appunto la forma più radicale del non essere), intendendo l’essere come ciò che ‘ogni’ cosa (e si intenda questa parola nel senso più ampio) ha in comune con ogni ‘altra’, e che pertanto costituisce e configura la totalità della realtà; e intendendo il nulla come la totale assenza di ogni forma di essere.
Orbene, per lo più non si comprende come sia proprio il senso greco del divenire, che realismo e idealismo condividono, a far sì che il realismo, nonostante il suo attuale predominio sociale, sia destinato a mostrare la propria debolezza concettuale rispetto all’idealismo; ma non rispetto all’idealismo genericamente inteso, bensì rispetto a quella forma specifica di idealismo che è l'”attualismo” di Giovanni Gentile.
Questa affermazione riesce sorprendente già nella cultura italiana; in quella internazionale, poi, può suonare come un’esagerazione fuori luogo. Ma se si riesce a raggiungere il ‘sottosuolo’ essenziale del nostro tempo, al di là cioè di quanto il nostro tempo crede di sapere di sé, ci si imbatte in qualcosa di estremamente più sorprendente e sconcertante. Innanzitutto l’essenziale ‘solidarietà’ tra attualismo e tecno-scienza.

(Emanuele Severino, Introduzione a Giovanni Gentile, L’attualismo, Bompiani, Milano 2014, pp. 9-10)

tratto da

Amici di Emanuele Severino

NEGARE LA CONTRADDIZIONE, di Luciano Tomagè, in Amici di Emanuele Severino

Nella storia dell’ uomo, segnata all’ origine dal Nichilismo preontologico (mitico-religioso, magico-alchemico) e ontologico (filosofico-epistemico), la coscienza appare quando viene testimoniata la volontà di negare la contraddizione. Quando cioè il pensiero compie il primo passo verso quel principio che poi troverà esplicita formulazione nella metafisica di Aristotele e che viene tramandato nel corso dei secoli, dei millenni, come “principio di identità o di non contraddizione”.
A questo stadio aurorale della coscienza, l’ uomo rifiuta l’ indeterminazione dei propri atti e configura l’ agire come attività cosciente che coordina mezzi in vista di scopi determinati. Nega che il diverso sia identico.
In fondo, si tratta della sua salvezza, della sua sopravvivenza nella selva oscura che gli si para dinanzi.
Ogni cosa comincia ad essere intesa come determinata in quanto tale, perciò differente dalle altre. La Natura comincia ad essere vista come la manifestazione di una molteplicità di cose. Tra esse, alcune potenze naturali sovrastanti, a cui attribuire un valore sacro e salvifico. E tanti miti dell’ Origine richiamano la metaforfosi, la morte e lo smembramento del Dio come causa/potenza produttiva del mondo nella molteplicita’ delle suoi regni, delle sue forme.
Quando la coscienza umana saprà esprimere la testimonianza del valore della Verità, comincerà ad apparire anche il senso della sua contraddizione, cioè dell’ errore, dell’ inganno, della mistificazione della Verità, della sua alienazione.
Nella storia dell’ uomo, il liguaggio ontologico della filosofia greca segna fin dalle origini l’ alienazione della Verità. La più radicale perchè appunto riguarda il valore più alto di tutta la sapienza – e si tratta di un valore proprio perchè è in grado di assicurare una forma di salvezza alla vita dell’ uomo superiore a quella già offerta dal mito e dalla religione. Questo sapere assoluto ha un contenuto eminente che sarà l’ oggetto della Metafisica nel corso dei secoli, dei millenni. E questo contenuto è l’ Essere. E l’ ente in quanto ente. La cosa in quanto cosa, ontologicamente determinata. L’ ente e non altro da se’, non alienato a se’ stesso.’.
Il passaggio dal nichilismo Parmenideo (che per negare la contraddizione della verità dell’ Essere, condanna al Niente il molteplice dive-niente che appare e di cui pure facciamo esperienza), al nichilismo platonico-aristotelico (che per negare la contraddizione della verità salva il mondo, il molteplice diveniente di cui pure abbiamo esperienza, nell’ ordine di una perenne oscillazione tra l’ Essere e il Nulla) è il passaggio decisivo. Parmenide scioglie il legame necessario dell’ ente all’Essere e così facendo condanna al niente dell’ illusione l’ esperienza del mondo. Platone scioglie il legame dell’ ente al Niente (a cui lo aveva condannato Parmenide) ma non lega secondo necessità l’ ente all’ Essere, bensì secondo l’ ordine del Tempo. Con l’ Occidente si apre la vicenda del mortale in quanto coscienza ontologica della vita e della morte di tutte le cose. Nelle pagine del “Sofista” emerge la testimonianza di questa coscienza filosofica giunta alla soluzione di un paradossale rebus metafisico.
Ora, la coscienza filosofica della verità epistemica, che permane nella tradizione occidentale fino a due secoli fa e poi crolla lasciando in superficie al vitalismo e alla prassi scientifica la parola ma coltivando sottotraccia le mosse dello scacco matto alla tradizione, attraversa una prima fase in cui la negazione della contraddizione si fonda sulla verità dell’ Essere, cioè di quel valore eterno ed immutabile che la parlola “sacro” sintetizza bene. Mentre invece nella seconda fase di questa coscienza filosofica, da un paio di secoli appunto, la negazione della contraddizione è operata sul fondamento del divenire, come dimensione non smentibile dell’ esperienza, come fondamento di verità. AFFERMARE LA VERITA’ DEL DIVENIRE SIGNIFICA NEGARE LA CONTRADDIZIONE DEL SACRO E DEL DIVINO IN QUANTO ETERNI CHE ENTIFICANO IL NULLA DEL FUTURO.
La lettura severiniana di questo processo storico-fenomenologico della coscienza filosofica dell’ Occidente offre una visione orientata verso la progressiva coerentizzazione della Follia, cioè dell’ errore, dell’ alienazione della verità. La negazione della contraddizione si fa coerente poichè la logica del divenire si sbarazza di quell’ ente privilegiato che è l’ Iperuranio come luogo delle idee eterne, di Dio e di tutti i valori eretti a diga del fiume della vita, e afferma la verità del divenire trascendentale. La crisi in atto nel mondo è il riflesso mondano di questo sommovimento epocale, il passaggio inevitabile dall’ epoca della verità dell’ eterno all’ epoca dell’ attimo fuggente sottoposto alla previsione scientifica dell’ apparato tecnico totale. Abbiamo detto passaggio inevitabile sempre secondo il senso “debole” che la necessità acquista all’ interno della fede nel divenire, che del Nichilismo è l’ essenza e del mortale l’ alienazione essenziale. E senza considerare che la civiltà della Tecnica che avanza ancora non raggiunge il grado di coscienza avanzato (il sottosuolo del pensiero, secondo il linguaggio di Severino), che gli garantisca di diritto, e non soltanto di fatto, la vittoria nello scontro con le altre fedi politiche, economiche, religiose. Prendendo coscienza di ciò su cui si fondano le ragioni del suo dominio, il Superuomo moderno, l’ apparato tecnoscientifico cioè, libera tutte le sue risorse di potenza. Percio’ la Tecnica deve imparare a negare con verità la contraddizione di qualsiasi immutabile, di qualsiasi dio che pretenda l’ eternità nell’ orizzonte del divenire trascendentale, per accedere al grado filosofico della coscienza di se’ e della legittimità del suo primato al dominio, in quanto culmine della volontà di potenza.

via (2) Amici di Emanuele Severino

PENSIERI DI JUNGER E HEIDEGGER SU “OLTRE LA LINEA DEL NICHILISMO”, testi proposti da Vasco Ursini

 

“Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del Niente e non ne subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca”. (Junger)

“La pietra di paragone più dura, ma anche meno ingannevole, per saggiare il carattere genuino e la forza di un filosofo è se egli esperisca subito e dalle fondamenta, nell’essere dell’ente, la vicinanza del Niente. Colui al quale questa esperienza rimane preclusa sta definitivamente e senza speranza fuori dalla filosofia”.
(Heidegger)

“L’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero ‘divide’ lo spettacolo; esso indica il punto mediano, non la fine. La sicurezza è ancora molto lontana”.
(Junger)

“Il tentativo di attraversare la linea resta in balìa di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la dimenticanza dell’essere. Ed è per questo che esso si esprime ancora con i concetti fondamentali della metafisica (forma, valore, trascendenza)”.
(Heidegger)

“Se chiudo gli occhi, scorgo a volte un paesaggio tetro ai margini dell’infinito, con pietre, scogliere e montagne. Sullo sfondo, ai bordi di un mare nero, riconosco me stesso, una figura minuscola, quasi tratteggiata a gesso. Quello è il mio avamposto, prossimo al Nulla, – laggiù, nell’abisso, io conduco da solo la mia lotta”.
(Junger)

“Il proprio petto: qui sta un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il Nulla si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso”.
(Junger)

STELLA ALDO, Il concetto di «relazione» nell’opera di Severino a partire da “La struttura originaria”, Guerini e Associati, 2018. Indice del libro

Il concetto di relazione nell'opera di Severino

Ne La struttura originaria si configura la più compiuta presentazione dell’essenza del fondamento e Stella intende dimostrare che quella struttura, di cui Severino afferma il valore originario, è la relazione, la quale può venire intesa sia come costrutto mono-diadico sia come l’intrinseco riferirsi dei termini. In Severino sono presenti entrambe queste accezioni, ma la seconda non viene compiutamente fatta valere, cioè non viene portata alle sue naturali e necessarie conseguenze; ciò forse è dovuto al fatto che le due accezioni sono a tal punto teoreticamente divergenti, che risultano addirittura incompatibili. Intendere l’originarionella forma di una struttura, e dunque di una relazione, ha conseguenze rilevantissime su tutto l’impianto teoretico del pensiero di Severino e, nello scritto di Stella, vengono individuate alcune di queste conseguenze, quelle che risultano più significative. La ricerca viene suddivisa in due scritti. Nel presente, sono trattati i temi fondamentali che emergono da quella parte de La struttura originaria che introduce alla «manifestazione dell’intero» e alla «metafisica originaria». Nel successivo, l’attenzione si concentrerà proprio su questi due temi, che costituiscono la parte finale dell’Opera.

Anno: 2018 | Pagine: 480 | Collana: (OP-NS) | Edizione: Guerini e Associati

Indice

Introduzione

CAPITOLO PRIMO

L’originario come struttura

  1. Il fondamento e la sua negazione

  2. L’apertura originaria

  3. Senso e valore dell’immediatezza

  4. Immediatezza e discorso

  5. L’immediatezza dell’essere

  6. La struttura originaria e l’identità di essere e pensare

  7. Il fondamento e la sua medesimezza

  8. Dipendenza e indipendenza del fondamento dalla negazione

  9. Il concetto di esperienza

  10. Negazione e fondamento

  11. Approfondimento tematico

  12. Ripresa tematica: il valore dell’esposizione del fondamento

  13. Fondazione e presupposizione

  14. Analisi e sintesi in Severino

  15. Unificazione e relazione

  16. Astratto e concreto

  17. Il contraddirsi dell’astratto

  18. La discorsività

  19. La non originarietà della sintesi

  20. La filosofia

  21. Il rapporto con la verità

CAPITOLO SECONDO

Immediatezza fenomenologica e logica dell’essere

  1. L’immediatezza dell’essere
  2. La determinazione reciproca

  3. Identità originaria e identità dei distinti

  4. Posizione dell’immediatezza dell’essere

  5. Determinazione della posizione dell’essere

  6. Toglimento della negazione dell’essere e mediazione dell’immediato

  7. L’immediato, l’inclusione dell’immediatezza e l’identità

  8. L’incontraddittorietà dell’essere e l’essere come relazione

  9. Relazione e identità

  10. Il principio come sintesi dei principi di identità e non contraddizione

  11. Significato concreto dell’identità

  12. Il togliersi dell’astratto

  13. Identità come identità dell’identità e della non contraddizione

  14. L’essere e la relazione tra F-immediatezza e L-immediatezza

  15. Determinazione reciproca e unità

  16. L’unità dei distinti

CAPITOLO TERZO

L­’aporetica del nulla e il tema della contraddizione

  1. L’aporetica del nulla

  2. Premesse per la soluzione dell’aporia

  3. Il nulla come significato autocontraddittorio

  4. Il risolvimento dell’aporia

  5. Il senso della soluzione dell’aporia

  6. Il nulla e la contraddizione

  7. Contraddizione e contraddirsi nell’opera Fondamento della contraddizione

  8. Approfondimento tematico: il ruolo della negazione all’interno del p.d.n.c.

  9. Il p.d.n.c. in Aristotele e l’interpretazione di Severino

  10. Negazione formale e negazione trascendentale

  11. L’interpretazione di Severino del parricidio di Parmenide

  12. La relazione come atto

  13. Contraddizione e contraddirsi

  14. Struttura contraddittoria della contraddizione e incontraddittorio

  15. Il ritorno a Parmenide di Severino

CAPITOLO QUARTO

Digressione critica: il parricidio secondo Severino

  1. Il presunto errore di Parmenide

  2. La scelta di Parmenide

  3. L’apparire e l’apparire dell’opposizione di essere e niente

  4. L’essere e la relazione

  5. L’entificazione dell’essere

  6. Essere ed esistere

  7. La legge dell’opposizione del positivo e del negativo

  8. L’essere come immediato e come verità

CAPITOLO QUINTO

Sintesi e significato originario

  1. La totalità del F-immediato

  2. L’analisi del significato originario

  3. L’analisi del significato originario e il suo limite

  4. Relazione e oltrepassamento

  5. L’essere formale e la sua entificazione

  6. Sul concetto di «sintesi»

  7. Il primato della relazione (sintesi)

  8. Il concetto di «transazione»

  9. Precisazioni in ordine al concetto di «transazione»

  10. Ontologia e relazionalismo

  11. La priorità della relazione in Severino

  12. Alcune riflessioni critiche

  13. L’unità del campo semantico

  14. L’incontraddittorio come fondamento

CAPITOLO SESTO

Immediatezza, mediazione e dialettica

  1. Analisi di S: costanti e variabili

  2. L’argomento principe

  3. Identità o struttura?

  4. Immediatezza e mediazione

  5. Mediazione come «costante di costante»

  6. Il concetto di «convenienza»

  7. L’universale concreto

  8. Introduzione alla «dialettica»

  9. Fondamento e totalità dell’immediato

  10. La strumentalizzazione del negativo

  11. La negazione del fondamento

  12. Contrari e contraddittori

  13. Il concetto di «concreto»

  14. Severino e Hegel

  15. Ancora su immediatezza e mediazione

  16. Fondamento e cominciamento

CAPITOLO SETTIMO

Contraddizione C e intenzione di verità

  1. La contraddizione C

  2. Intenzione e progetto

  3. Semantizzazione dell’essere (determinazione della verità)

  4. L’intenzione di verità

  5. L’alternativa e l’enunciato

  6. Relazione e intenzione

  7. L’intenzione e il fine in Severino

 


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Guerini e Associati

Vasco Ursini, Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino

Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino
In quegli scritti, la parola “destino” indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra. L’ “episteme” è invece il tentativo compiuto dal pensiero greco – ma inevitabilmente fallito – do evocate l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilita’ del destino. Assoluta incontrovertibilita’, che è però avvolta dalla contraddizione C.
Non è di identità assoluta il rapporto tra metafisica e episteme perché nella storia dell’Occidente c’è stata episteme anche là dove non c’è stata metafisica: l’esempio principe di sapere epistemico non metafisico è il “criticismo kantiano.

“La vicenda sterminata dell’ “uomo” sulla faccia della terra può essere ricondotta ad un assioma fondamentale: la fede nel divenire. Ciò significa che la fede nel divenire costituisce il tratto che lega le diverse fasi di sviluppo … “di Luciano Tomagè

La vicenda sterminata dell’ “uomo” sulla faccia della terra può essere ricondotta ad un assioma fondamentale: la fede nel divenire. Ciò significa che la fede nel divenire costituisce il tratto che lega le diverse fasi di sviluppo dell’ intera vicenda, dando loro un senso unitario.

La fede nel divenire rappresenta cioè il denominatore comune alle diverse epoche del Nichilismo. In altre parole, la fede nel divenire rappresenta l’ essenza del Nichilismo, il quale si esprime in termini ontologici soltanto ad un certo punto di quella vicenda.

Da quel punto, cioè dalla filosofia greca, possiamo dire che inizia la storia del mortale e possiamo distinguerla dalla sua preistoria. L’ essenza del Nichilismo dunque, in quanto fede nel divenire, è l’ assioma fondamentale a cui è riconducibile tanto l’ epoca della magia, quanto quella del mito, quella della filosofia e infine quella della tecnica.

La fondazione filosofica del Nichilismo traccia certamente una differenza con le epoche precedenti che ancora ignorano il senso dell’opposizione tra essere e nulla, ma nondimeno esprime in termini di continuità l’errare dell'”uomo” sulla faccia della terra: il divenire magico mitico si esprime nei racconti e nelle leggende dei testi sacri della sapienza occidentale, dalla bibbia alle teogonie/cosmogonie pagane e politeiste (solo per fare gli esempi più noti), mentre il divenire ontologico si esprime nella Metafisica, cioè nella Scienza Prima, nella scienza dell’ ente in quanto ente, testimoniata dai primi filosofi greci. Dopo la fine della Metafisica, l’ eredità di questa fede spetta alla Tecno-scienza, cioè alla razionalità scientifica che ha abbandonato il valore epistemico della verità (di natura contemplativa) e affida ora alla prassi il compito di un dominio effettivo sull’ intera dimensione dell’ esistente.

Tutta questa vicenda ci dice che il terreno su cui l’ “uomo” ha innalzato e abbattuto tutti gli dei della tradizione, è costituito da una fede scambiata per evidenza: la fede, appunto, nel divenire altro da sé di tutte le cose.

Ora, come dice Severino, questa vicenda “errata” non costituirebbe un grosso problema se non fosse anche una vicenda “orrenda”, cioè se l’ errore del Nichilismo (espresso essenzialmente in questa fede), non fosse anche l’ “orrore” del Nichilismo, cioè tutto l’ immane volume di violenza e sopraffazione che contraddistingue la storia del mortale.

Perché la fede, in quanto tale, è Volontà e ogni volontà agisce in vista dei suoi scopi, persuasa di avere la capacità di raggiungerli, di avere la potenza di coordinare i propri mezzi per ottenere il voluto. Dunque il problema emerge dal fatto che il Nichilismo, lungi dal rimanere nell’astratto cielo delle idee, si cala nella realtà del mondo, della vita degli “uomini”, determina il senso pratico delle loro azioni.

Appare allora che l’ “uomo” di cui si parla è niente altro che una astrazione ideologica del pensiero alienato, il quale evita di nominarlo esplicitamente come mortale nella quotidianità dell’esistenza.

Ma è giunto il tempo di una seria discussione sulla vera essenza dell’ “uomo”, il tempo di riconoscere nell’ “uomo” l’ essenza della verità, cioè il suo destino, quello appunto di essere l’ apparire dell’ esser sé e non dell’altro da sé. È l’ ora di cogliere il senso abissalmente diverso che si apre quando la fede nel divenire tramonta e sorge il sole che illumina il sentiero del giorno.

Il “principio di non contraddizione” nel pensiero di Emanuele Severino, citazione da: Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252.

 

Il ruolo che il principio di non contraddizione riveste nel pensiero di Emanuele Severino rappresenta molto probabilmente un ‘unicum’ nel panorama filosofico contemporaneo. Se, infatti, la tesi più nota e più scandalosa del filosofo bresciano consiste nell’affermazione dell’eternità di ogni ente in quanto tale, è il ‘modo’ in cui questa viene presentata che più colpisce, ossia come la stessa posizione concreta del principio di non contraddizione, il cui senso autentico viene visto come espresso per la prima volta – ed essenzialmente – da Parmenide: “l’essere è, mentre il nulla non è” (fr. 6, vv. 1-2 in E. Severino, Essenza del nichilismo, 3° ed., Adellphi, Milano 1995, pp. 20-243).

Pensare ad un tempo in cui un qualsiasi ente si è annullato o è ancora nulla, significherebbe infatti pensare ad un tempo in cui l’essere è – ‘simpliciter’ – identico al nulla. Dunque, se “dell’essere (di ogni, di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora di tutto l’essere […] non si può pensare che divenga, perché, divenendo, non sarebbe […]. Sì che tutto l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno” (Ivi, p. 63).

Mentre per gran parte della filosofia contemporanea il principio di non contraddizione è un criterio “solo negativo, di ogni verità” (I. Kant, Critica della ragione pura, trad. di G. Colli, Adelphi, Milano 1995, p. 228), in quanto applicantesi a conoscenze in generale “prescindendo dal loro contenuto” (Ibid.), Severino vede in esso la manifestazione stessa della verità dell’essere e la chiave di volta della “struttura originaria del sapere”.

Dal principio di non contraddizione non discende però, secondo Severino, solo l’impossibilità del divenire in senso nichilista, ma anche – e innanzitutto – la ‘necessità della relazione’ tra ogni significato e la totalità del significare. Il principio viene insomma visto non solo nella sua valenza ontologica, ma anche in quella semantica, incarnandosi immediatamente in una posizione ‘olista’. Riformulato come ‘principio di opposizione universale – il positivo si oppone al negativo – il principio di non contraddizione afferma non solo l’opporsi di ogni ente al ‘nihil absolutum’, ma anche il proprio differire da ‘ogni altro positivo’. Ogni significato, opponendosi originariamente ad ogni altro significato, implica la totalità del significare.
(Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252.

Vasco Ursini, La contraddizione come problema filosofico (tema trattato anche al congresso “All’alba dell’eternità. I primi 60 anni de La struttura originaria”, tenutosi a Brescia nei giorni 2 e 3 marzo 2018)

Vasco Ursini

Vasco Ursini, La contraddizione come problema filosofico

In questi giorni si è ripreso a parlare, e molto, di contraddizione. Il tema è stato ampiamente trattato anche al congresso “All’alba dell’eternità. I primi 60 anni de La struttura originaria”, tenutosi a Brescia nei giorni 2 e 3 marzo scorsi. A porlo e svilupparlo in un serrato confronto ci hanno pensato Graham Priest e Emanuele Severino.
Questo tema è antico e visitato quanto la storia della filosofia. C’è qualcuno che riconduce addirittura al “Poema sulla natura” di Parmenide la prima formulazione del “Principio di non contraddizione”, che bandisce le contraddizioni dal mondo e ne dichiara l’assoluta impossibilità.
Il principio fu in qualche modo esaminato da Platone, ma a darne la sua prima formulazione esplicita fu Aristotele che lo espresse sia nel suo “Organon” (negli scritti di logica) che nella “Metafisica”, ove ne operò una strenua difesa. Aristotele infatti pensava che questa fondamentale questione competesse alla “filosofia prima” non essendo essa risolvibile mediante i soli strumenti della logica. Le sue argomentazioni in favore della illimitata validità del Principio di non contraddizione fu filosoficamente così efficace che esso si costituì come la legge più autorevole dell’intero pensiero occidentale. Questa autorevolezza fu tale che, dopo di lui, pochissimi filosofi si assegnarono il compito di difendere quel Principio.
Più numerosi sono invece i filosofi che provarono a minare la validità del Principio di non Contraddizione. Fra costoro emerge la posizione espressa da Hegel, che fece della contraddizione il motore del procedimento detto “metodo dialettico” e l’architrave del proprio filosofare.
Sono poi da ricordare gli autorevoli dubbi espressi da Nietzsche sul Principio di non contraddizione che egli vedeva connesso più alla volontà di potenza che alla verità delle cose. Ci furono poi gli attacchi di Jan Lukasiewicz alle argomentazioni aristoteliche della “Metafisica” a favore del Principio.
A porre oggi apertamente in questione il carattere incontrovertibile del Principio di non contraddizione visto come un residuo della tradizione metafisica occidentale destinata al tramonto, sono molti epigoni di Nietzsche che si ritrovano nelle varie correnti di pensiero riunite sotto l’etichetta di “postmoderne”: si va dalla linea ermeneutica Nietzsche-Heidegger-Gadamer al pensiero debole, al decostruzionismo francese.
Occorrerebbe esaminare in profondità anche le posizioni assunte da Gentile e Wittgenstein rispetto alla contraddizione
Ci sono poi le posizioni critiche assunta dalla corrente logico-analitica nei confronti della contraddizione: Russel, il suo famoso paradosso rinvenuto nella teoria degli insiemi di Cantor, proprio quando si riteneva che questa dovesse fornire il fondamento definitivo della matematica; i paradossi insiemistici e semantici, a cominciare dal famoso “paradosso del mentitore”.
Va anche detto che da qualche tempo i filosofi analitici hanno riscoperto il gusto di esplorare l’impossibile attraverso l’elaborazione di adeguati strumenti logici, a cominciare dalle “logiche paraconsistenti”, in cui l’individuazione di contraddizioni non deve necessariamente condurre al caos logico-metafisico, ma solo ad ammettere che la contraddizione possa, talvolta, realizzarsi nel mondo.
Al Congresso cui sopra si è fatto cenno, in un confronto con Emanuele Severino, strenuo difensore del principio di non contraddizione liberato dal cappio del tempo in cui Aristotele lo aveva posto e quindi reso ancor più inattaccabile, Graham Priest ha sciorinato alla lavagna una serie di frasi, argomenti e diagrammi attraverso cui ha evidenziato la presenza di alcune contraddizioni concludendo che dunque non c’è nulla di sbagliato nel credere in alcune contraddizioni. La posizione filosofica di Priest è chiamata “dialetheismo” (ossia “teoria della doppia verità”, o delle contraddizioni vere). Taccio su ciò che gli ha ribattuto Emanuele Severino perché la sua posizione sul principio di non contraddizione è ampiamente trattata in numerosi scritti sia nel gruppo “Amici di Emanuele Severino” che nel Blog “Il pensiero filosofico di Emanuele Severino”.
Qui basti ricordare che sul principio di non contraddizione, così come da lui rifondato, poggia e “sta inattaccabile” la sua filosofia.

URSINI VASCO, Un omaggio dovuto a EMANUELE SEVERINO, intervento al convegno: All’alba dell’eternità. I primi 60 anni de ‘La struttura originaria’, Brescia, 2 e 3 marzo 2018 |a cura dell’ASES Associazione Studi Emanuele Severino

Desidero innanzitutto esprimere un vivo ringraziamento all’«Associazione di Studi Emanuele Severino» per aver organizzato questo importante congresso internazionale dedicato ai 60 anni de La struttura originaria, testo fondamentale di Emanuele Severino, che, come egli scrive, «rimane ancora oggi il terreno dove tutti i miei scritti ricevono il senso che è loro proprio». Nella struttura originaria del destino, Severino mostra che la relazione necessaria tra l’essente e il proprio altro sta nell’originario esser sé come non essere altro da sé. Tale negazione è l’innegabile perché la negazione di questa negazione è autonegazione, è affermazione di ciò che essa nega.

«Mi sono spaccato la testa su La struttura originaria. In Cattolica giravamo con il libro in mano all’epoca del grande dibattito tra il professore e il maestro Bontadini, ci trovammo in 4 o 5 a leggerlo. È stata un’esperienza che ci ha insegnato a ragionare, ma ci è costata una fatica estrema».

Così il cardinale Angelo Scola ricordava qualche anno fa, in un dibattito con Emanuele Severino, l’arrovellarsi di un manipolo di studenti universitari sul primo importante libro del filosofo bresciano. Quello che diede il via a un percorso speculativo tra i più importanti del Novecento italiano e a una contrapposizione di Severino al cristianesimo che avrebbe portato al suo famoso allontanamento dall’Università Cattolica nel 1970. La struttura originaria era apparsa per l’editrice La Scuola nel 1958. Severino aveva 29 anni, cattedratico dall’età di 23! Era un allievo di Gustavo Bontadini e godeva di una particolare stima da parte di monsignor Francesco Olgiati, cofondatore dell’Università Cattolica e figura che il padre dell’Ateneo, Agostino Gemelli, ascoltava maggiormente nelle questioni filosofiche.

I nodi sarebbero venuti al pettine 8 anni dopo, con la pubblicazione sulla «Rivista di Filosofia Neoscolastica», del saggio Ritornare a Parmenide e con gli scritti successivi che avrebbero definito le tesi portanti dell’autore: la necessità dell’essere in quanto essere e l’impossibilità del suo non essere; quindi la negazione del divenire e della contingenza; l’eternità dell’essente in quanto essente; la lettura  della civiltà occidentale come la civiltà che pur sentendo orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente, e in superficie pensa che le cose escono dal niente e vi ritornano. La persuasione che l’essente sia niente è il nichilismo.

Mi confronto con gli scritti di Emanuele Severino dal 1987. L’impatto con essi ha determinato una graduale attenuazione dell’interesse verso gli scritti di altri filosofi e, più in generale, verso le varie forme di cultura dell’Occidente, ad eccezione di quelle rappresentate dalla poesia e dalla musica di cui da sempre mi nutro. Il confronto da quell’anno ad oggi non si è mai interrotto. Più procedeva, più mi sentivo immerso nelle problematiche che quei testi affrontavano. Mi sentivo irretito in quel sistema filosofico da cui, se ci entri e lo indaghi in profondità, non ne esci più. Prendi e riprendi, anche a notevole distanza di tempo, lo stesso testo, lo leggi e rileggi, lo confronti con il precedente e il successivo perché ormai hai capito che lo sviluppo del pensiero severiniano è strutturato come i gradini di una scala.

Quando lessi la prima volta il passo che apre Ritornare a Parmenide rimasi impietrito e incredulo di fronte ad affermazioni che proclamavano l’erroneità della intera storia della filosofia occidentale:

La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci: E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere (E.Severino, Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 19).

Anche Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino, alla lettura del passo non sfuggì allo stesso sbigottimento:

Confesso che non volli credere ai miei occhi, tanto che me li sfregai energicamente a più riprese, poi toccai gli oggetti solidi intorno a me, tanto temevo di sognare, finalmente cercai di comporre nella mia fantasia l’immagine di una dattilografa burlona che avesse cambiato i caratteri sulla carta. Niente. Non mi rimase che arrendermi non riuscendo a trovare altra lettura (G. Bontadini, A Emanuele Severino, in Conversazioni di metafisica, tomo II, Vita e Pensiero, Milano 1995, p. 136).

La lunga discussione che presto si sviluppò tra il maestro e l’allievo, portò Bontadini ad accogliere la tesi severiniana che l’essente, in quanto essente, è eterno. Il suo, come più volte Severino ha scritto e detto, rimane il consenso più rilevante dato a Ritornare a Parmenide. L’affermazione  della necessità dell’eternità dell’essente dà inizio alla parte più importante del discorso filosofico di Severino. Discorso sconcertante e inaudito, costruito, testo dopo testo, con il rigore dell’autentica filosofia teoretica che per definizione è sempre rivolta al fondo ultimo delle questioni. Alla necessità che ogni essente sia eterno si affiancano altri tre momenti fondativi e deduttivi : la risoluzione della secolare aporetica del nulla assoluto con la fondazione della sua pensabilità, la deduzione dell’esistenza del prossimo, la fondazione della “Gloria”. Quattro momenti, a parer mio, risolutivi.

Severino non intende la parola «de-stino» nel suo significato usuale di corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo, ma in quello etimologico di «stare innegabile» dell’essere. Dunque il «de» non ha un valore negativo, ma affermativo e potenziante, e «stino» significa «stare». Quindi «destino» indica uno «stare che non cede», uno stare che resiste ad ogni tentativo di abbatterlo e che quindi si pone come il «destino della necessità». Questo «stare necessario del destino» indica dunque lo stare innegabile e eterno dell’essere, cioè l’impossibilità che l’essere non sia. Il fondamento di questa impossibilità sta nell’immediata autonegatività della sua negazione, la quale, nell’implicare la verità di ciò che esplicitamente tenta di negare, nega se stessa proprio nell’atto in cui tenta di imporsi. Dunque, se la negazione dell’essere non riesce a porsi come negazione, ne discende che l’essere è eterno.

Il merito più grande di Emanuele Severino è senza alcun dubbio quello di aver dato una testimonianza del destino della verità così rigorosamente fondata, che nessuna forma di sapere può riuscire a negarla. Che rapporto ci sia tra il destino della verità e il filosofo ce lo dice lo stesso Severino:

«L’«uomo» si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e di farsi sostenitore della verità. In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui essere «uomo» che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’«uomo» a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo – e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’«uomo» (E. Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 100).

Voglio, in conclusione, rendere omaggio al grande magistero di Emanuele Severino, sia come filosofo sia come persona. Da lui ho molto imparato e continuo ad imparare. Conservo gelosamente nell’anima l’affettuosa amicizia che mi ha donato.

Infine, gli comunico con gioia che la diffusione del suo pensiero si va continuamente allargando anche in Internet, sia in Italia che nel mondo, come emerge dall’esame dei dati statistici riferiti agli accessi quotidiani al gruppo in facebook, «Amici di Emanuele Severino» e soprattutto al blog, «Il pensiero filosofico di Emanuele Severino», entrambi creati in suo onore da me in collaborazione con il sociologo Paolo Ferrario.

Emanuele Severino: “Vi spiego perché quest’intervista è eterna”, articolo di Claudio Gallo, in La Stampa 02.03.18, dal gruppo amici di Emanuele Severino a cura di Vasco Ursini

La Stampa 02.03.18
Emanuele Severino: “Vi spiego perché quest’intervista è eterna”

A Brescia un convegno celebra i sessant’anni di “La struttura originaria” l’opera con cui l’autore pose le basi del suo pensiero neo-parmenideo

CLAUDIO GALLO

Nel nostro mondo segretamente angosciato dal continuo svanire delle cose nel nulla, la filosofia di Emanuele Severino naviga da oltre mezzo secolo fieramente controcorrente, ripetendo con Parmenide che ciò che è non può diventare nulla, che niente può scuotere il destino di ciò che esiste. Ottantanove anni appena compiuti, Severino è uno dei più famosi e originali filosofi italiani. Per celebrare il sessantesimo anniversario della sua opera cruciale La struttura originaria(pubblicato da La Scuola e poi da Adelphi) oggi e domani si tiene a Brescia un fitto convegno intitolato «All’alba dell’eternità», ideato da Ines Testoni dell’Università di Padova e organizzato dall’Ases (l’associazione di studi dedicata al filosofo).

Severino, cattedratico a 23 anni, ha pubblicato La struttura originaria nel 1958 quando insegnava alla Cattolica di Milano ma, ricorda, l’idea era nata due anni prima: «Un volume su Aristotele voluto da padre Gemelli e monsignor Olgiati, si apriva con un mio saggio intitolato Aristotele e la metafisica classica, dove il nucleo di pensiero che mi porterà ad allontanarmi dal cristianesimo era già presente, anche se allora non ne ero ancora persuaso». Nato in una famiglia cattolica, si appassiona giovanissimo a Gentile, di cui il fratello Giuseppe (morto nel ’42 sul fronte francese) frequentava le lezioni alla Normale di Pisa. Prima a scuola dai gesuiti poi allievo prediletto a Pavia del neotomista Gustavo Bontadini, non tralascerà di leggere Schopenhauer e Nietzsche. La rottura con la Cattolica e il cristianesimo si consumerà soltanto dal 1964 con il saggio Tornare a Parmenidepubblicato sulla Rivista di studi neoscolastici. «Soltanto allora mi convinsi dell’incompatibilità del mio pensiero con il cristianesimo», dice.

Il frammento parmenideo «l’essere è e non può non essere», che sui banchi di scuola suonava come una facile formuletta, è giustificato nella Struttura originaria attraverso un formidabile apparato logico. «Sulla Struttura originaria mi sono spaccato la testa – ha rammentato il cardinale Angelo Scola -. In Cattolica giravamo con il libro in mano all’epoca del grande dibattito tra il professore e il maestro Bontadini».

«Oggi – interviene Severino – il clima culturale filosofico e scientifico, per non parlare della letteratura, si è allontanato dal concetto di verità definitiva, incontrovertibile. “Le verità” odierne servono a trasformare il mondo secondo certi progetti. Nessuno dice più, come Galileo, che l’uomo conosce le verità matematiche così come le conosce Dio». Spiega che il sapere occidentale ha detto addio a quella che in greco si chiamava episteme tes aletheias, la scienza della verità «ma è una traduzione debole, episteme vuol dire alla lettera star sopra. Sopra a che cosa? A ciò che vorrebbe scuotere ciò che sta sopra». L’espressione denota dunque qualcosa di inalterabile, indistruttibile. Questa «concezione grandiosa» frana sotto i colpi degli ultimi due secoli del pensiero filosofico secondo cui una verità incontrovertibile è impossibile. La struttura originaria vuole riaprire il discorso sulla verità innegabile.

«Il pensiero greco intende la verità definitiva delle cose come un oscillare delle cose tra il non essere, l’essere e il non essere. Se le cose del mondo, secondo la convinzione dell’umanità attuale, non erano e non saranno, è inevitabile che non esista alcuna verità definitiva». Severino invece ribadisce l’impossibilità che le cose, dalle più nobili alle più umili, non siano state e tornino a non essere. «In passato, la tesi che questa conversazione è eterna, provocava talvolta qualche risolino ma poi mi sono reso conto che valeva la pena di ricordare che la relatività di Einstein, pur con una logica molto diversa dalla mia, dice che le cose future e le cose passate non sono meno reali delle presenti. Tant’è vero che quando Popper dialogava con Einstein lo chiamava Parmenide».

Il fisico inglese Julian Barbour ha sostenuto che il tempo non esiste e gli eventi sono come cartoline appese a un filo da stendere, tutte contemporaneamente presenti… «Sì, ha variato di poco l’immagine che Popper usava con Einstein di fotogrammi avvolti in una bobina. Ma nessuno di loro sa spiegare la macchina da presa o il movimento dello sguardo che passa da una cartolina all’altra. Per farlo occorre una logica (che qui sarebbe troppo complicato esporre) di cui la scienza non può disporre. In generale, la scienza crede che la mente sia una cosa particolare tra le cose. Qui entra in gioco la teoria dell’esperienza che gli scienziati tendono a trascurare. L’esperienza è la mente trascendentale, essa non entra o esce da un campo visivo ma è il luogo in cui tutto entra ed esce. Per capire che cosa sia la sbobinatura dei fotogrammi o lo sguardo che scorre sulle cartoline bisogna introdurre il concetto di coscienza trascendentale che era stato in qualche modo intravisto dall’idealismo, il luogo cioè all’interno del quale sopraggiungono gli eterni. Il cosiddetto divenire del mondo non può essere il cominciare a essere e il cessare di essere ma è il comparire e lo scomparire degli eterni in quella coscienza trascendentale. Stiamo andando un po’ nel difficile… ».

Per Severino a connotare il mondo contemporaneo è la tecnica, una concezione che nasce dal concetto greco di divenire come passaggio dal non essere all’essere e dall’essere al non essere. «Da questa visione nasce la volontà di controllare le cose nel loro apparire dal nulla e tornare nel nulla, la volontà vuol fare diventare altro le cose. Quando il serpente dice ad Adamo «Eritis sicut dii» (Sarete come dei) cosa vuol dire? Significa vi trasformerete e diventerete altro da ciò che siete. Far diventare altro nel pensiero greco vuol dire tirar fuori dal nulla e questo è il compito della volontà. La volontà, il suo voler controllare il mondo, è originariamente tecnica. La tecnica è il modo più radicale in cui la metafisica greca si presenta oggi. Così l’unica verità è il travolgimento di tutte le verità. Per ancora molto tempo la tecnica sarà protagonista nel mondo, ma questo i politici non vogliono capirlo».

via (1) Amici di Emanuele Severino

… il principio che afferma che non è possibile che la medesima cosa in un unico e medesimo tempo sia e non sia …, Aristotele, Metafisica. Citazione proposta da Vasco Ursini

Esiste negli esseri un principio rispetto al quale non è possibile che ci si inganni, ma rispetto al quale, al contrario, è necessario che si sia sempre nel vero: è questo il principio che afferma che non è possibile che la medesima cosa in un unico e medesimo tempo sia e non sia.


Aristotele, Metafisica.

IL PENSIERO, tratto da Studi Severiniani 4 giugno 2015

Studi Severiniani

IL PENSIERO

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi: ” fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “. Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica. La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea. Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire . Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger. La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito . Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica. Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire. L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:
a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.

b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.

c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.

Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro. Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno. Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere. La filosofia ha inteso indicarne il volto. Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare. Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere. Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo. Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire. L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili. A questo proposito, asserisce Severino: ” La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982). Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […]Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “. Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ). L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce). Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ è angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.). La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia. Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada. E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo? Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità? Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982). Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno . Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri. Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita. Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità. Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni. Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “. Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee. Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili. E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio. Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino. Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.