Stella Aldo “Metafisica originaria” in Severino. Precisazioni preliminari e approfondimenti tematici, Guerini e associati, pag. 334, 2019

Con questo lavoro si intende portare a compimento l’indagine critica su La struttura originaria, iniziata con Il concetto di «relazione» nell’opera diSeverino. A partire da «La struttura originaria» (pubblicato presso le nostre edizioni, 2018). Il discorso svolto da Severino viene ripreso, cercandodi individuarne il filo conduttore che possa rendere pienamente intelligibile il passaggio al tema della «metafisica originaria», che conclude l’Opera. Vengono presi in esame i concetti di «immediatezza», «differenza» e «negazione», onde pervenire al concetto di «manifestazione», che si esprime più compiutamente nella forma della «manifestazione dell’intero». L’essere, ossia l’intero, viene posto da Severino come un «insieme» o anche come quell’«orizzonte» che è in grado di contenere tutti gli enti: in entrambi i casi, è la relazione che costituisce la sua intrinseca struttura. A tale concezione viene opposto un essere che valga comeassoluta unità, dunque come il superamento stesso della molteplicità e delle determinazioni. Un essere, quindi, che coincida con quello indicato da Parmenide e che non può non valere quale esclusione in atto del non-essere, ossia comenegazione di un «intero» che venga inteso come «insieme» di elementi ocome «totalità», assunta nella forma di un tutto-di-parti.

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Congresso internazionale: HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica. A cura dell’ASES – Associazione Studi Emanuele Severino. BRESCIA, 13-15 giugno 2019


vai a: Gli Atti del Congresso “Heidegger nel pensiero di Severino” svoltosi a Brescia nei giorni 13-15 giugno 2019. Disponibili sul sito padovauniversitypress.it


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IL PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, citazioni in tema di: destino, divenire, eternità, gloria, nichilismo, parmenide, terra, nel sito http://ases.psy.unipd.it

Il motivo dominante del discorso filosofico di Severino viene per la prima volta formulato nel saggio del 1956 La metafisica classica e Aristotele:

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vai all’intero testo:

 Pensiero – Emanuele Severino

Rai Cultura seguirà i lavori del congresso internazionale, organizzato dall’ Associazione di Studi Emanuele Severino (Ases): Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si aprirà il 13 giugno 2019 a Brescia presso il Salone San Barnaba

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Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica – Filosofia – Rai Cultura

Emanuele Severino, filosofo ” eterno “, testo di Vasco Ursini

 

Sposto in modo maldestro un libro dallo scaffale della libreria e una pila mi viene addosso. Tendo le braccia, con istinto protettivo, per fermarne la caduta, come se i libri fossero figli, ma riesco a salvarne soltanto uno: La legna e la cenere di Emanuele Severino.

Gli altri precipitano rovinosamente a terra e forse non è un caso. Severino è il massimo filosofo italiano vivente, definizione persino riduttiva poiché andrebbe allargata almeno a tutto il secolo scorso.

Il libro che riprendo tra le mani, edito da Rizzoli, è del 2000 e presenta discussioni sul significato dell’esistenza, interlocuzioni con altri filosofi e studiosi di rilievo nazionale e internazionale.

La prima, tanto per gradire, è con Hans-Georg Gadamer sul pensiero greco e la scienza moderna. No, non è stato un caso aver afferrato quel libro, perché giorni fa avevo finito di rileggere l’eccellente ritratto che a Severino ha dedicato Marcello Veneziani in Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti. Novantasette sono morti e tre ancora viventi: Severino, Alain de Benoist e Roger Scruton. Ma il profilo su Severino è l’unico scritto con la partecipazione diretta del filosofo bresciano che, avendolo letto in anteprima, ha voluto fornire all’autore qualche utile chiarimento. Il dialogo che ne è venuto fuori, sull’impossibilità del diventar altro e da altro, è una breve, efficacissima dimostrazione di un pensiero forte che si erge e svetta fra tanti pensieri deboli o inesistenti.

A Veneziani che, pur riconoscendo la sua teoria come granitica e conchiusa, solleva l’obiezione di un pensiero poggiante su un atto originario di fede, il tutto eterno, Severino replica: «Mi sembra quanto mai opportuno il suo qualificare come “pensiero forte” il mio discorso filosofico (sebbene sia forte in senso diverso da come è stata forte la tradizione epistemico-metafisica).

Proprio per questo, sin dall’inizio, tale discorso ha inteso mostrare perché esso non è una fede, cioè in che cosa determinatamente consiste il non esser fede ed essere la dimensione incontrovertibile del sapere, il “destino della verità”. All’interno del destino appare anche quell’eterno che è la non verità, e appare la necessità del suo apparire, del suo mostrarsi via via fino all’apparire della civiltà della tecnica, destinata a cambiare la storia dell’uomo. Culmine dell’errare. Nel destino appare l’inevitabilità del succedersi (e in questo senso dei cambiamenti) delle forme dell’errare. All’interno del destino appare soprattutto che la morte è un evento (un eterno) che accade all’interno dell’eterna essenza dell’uomo. Tale essenza è aperta al sopraggiungere infinito degli eterni e della Gioia. Una situazione che, certo, “non è umanamente possibile”, ma nel senso che ognuno di noi è essenzialmente più di ciò che vien chiamato “uomo”. (Ed è l’”uomo” così inteso a credere che la creazione e la distruzione delle cose sia “osservabile”, “sperimentabile”)».

Ha scritto Salvatore Natoli: «Le tesi di Severino, fin dall’inizio, non mi hanno mai del tutto convinto, ma i modi del suo argomentare erano cogenti e anche se non mi persuadevano nel merito non era facile confutarlo. Se di Severino non ho condiviso la filosofia, ne sono stato segnato come stile di pensiero». Per Severino, l’uomo è re ma si crede mendicante. Cerca rimedi, e illusioni, perché non sa di essere eterno. Una malattia lo affligge. Gli è stato inculcato che viene dal nulla e tornerà nel nulla. Invece, la morte non è annientamento. Il corpo che si disfa è l’apparire di stati o istanti successivi, un uscire dall’esperienza. Ciò che non appare più non può essere definito nulla. Severino spesso fa ricorso al classico esempio della legna e della cenere, “metafora appropriata” dell’esistenza umana, ritenendo «la nostra cultura ancora lontana dal comprendere che cosa propriamente significhi l’affermazione che l’uomo (ma, poi, ogni cosa) è legna che diventa cenere».

Quando Severino lasciò l’insegnamento universitario, Massimo Cacciari scrisse: «Caro Professore, fu soltanto dopo la pubblicazione del mio Krisis, nel 1976, che lessi per la prima volta le sue fondamentali opere degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma credo che proprio la distanza della mia formazione filosofica e delle mie prime esperienze culturali e politiche dal suo percorso di studioso e dall’ambiente in cui esso maturò, mi abbia permesso di avvicinarmi, forse più di altri, al significato davvero decisivo che il suo pensiero riveste per la filosofia del Novecento. Finché la “storia” della filosofia contemporanea continuerà ad essere “giocata” o all’interno della “linea” nietzschiana-heideggeriana-ermeneutica, o nell’opposizione tra questa e quella analitica, temo non ne risulterà mai comprensibile il vero problema. Esso risulta evidente, a mio avviso, soltanto sulla base di una radicale contraddizione, di un autentico dramma a due protagonisti: Heidegger e Severino. Si tratta di una relazione inconciliabile, di un aut-aut. Quando finiranno le chiacchiere e confusioni alla moda, quando si potrà studiare la nostra epoca da una “buona” distanza, non dubito che tale decisione apparirà il problema fondamentale della nostra filosofia – e non solo. Heidegger – senza alcuna distinzione tra le varie fasi del suo pensiero – coglie tutta l’intrinseca debolezza dell’antiplatonismo idealistico e nietzschiano, per svilupparlo (lungi dal negarlo!), coerentemente e radicalmente, in un grandioso anti-Parmenide. L’opera di Severino (mille miglia oltre ogni astratta polemica) rappresenta l’altro polo. Davvero, ogni altra posizione sembra oggi “costretta” nella forma di questa polarità. Non credo, caro Professore, che aver compreso la sua lezione significhi semplicemente esplorare i contorni di tale polarità e saggiarne le conseguenze. Significa affrontarne la sua pretesa definitività, il suo “consummatum est”. La strada finisce anche giungendo alla mèta – anch’essa è aporia. E l’aporia può essere nuovo inizio. Su questo “scommettono” i suoi migliori allievi, io credo. Ne segua benevolmente l’improbus labor, senza mai consolarne debolezze e contraddizioni».

Sono trascorsi sedici anni. Mentre mi accingo a leggere il libro di Luca Mauceri, La hybris originaria. Massimo Cacciari ed Emanuele Severino, le chiacchiere e le confusioni alla moda non sono ancora finite, anzi direi che sono eterne. Ma anche Severino, con il suo pensiero forte, è eterno e non ha fretta. L’autentico dramma a due protagonisti, Heidegger e Severino, è ancora davanti a noi. Sostengo ardentemente il secondo. Lo leggo e lo rileggo. Scelgo il secondo, si afferma il secondo. Il secondo è primo. Eternamente primo. Un filosofo eterno.

IL PROBLEMA DEL FONDAMENTO, da Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012. Il libro è un’intervista di Sara Bignotti a Emanuele Severino

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D. Ci approssimiamo al “fondamento” del suo discorso: cosa vuol dire che l’uomo è l’apparire del destino, in relazione all’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente?

R. Il destino è l’apparire dell’esser sé; è l’essenza dell’uomo – ossia ‘non’ l’essenza ‘generica’, ma ciò che ‘ogni’ uomo da ultimo è – è appunto questo apparire. L’essenza dell’uomo è il destino.
Ma proviamo a chiarire il senso dell’autonegazione della negazione dell’esser sé. Non è possibile qui chiarirlo “concettualmente”. Qui si può indicare una metafora che metta sulla strada di un approfondimento adeguato. Supponiamo che ci sia un bersaglio, e che un arciere scagli una freccia contro il bersaglio. E supponiamo che accada questo: che la freccia, invece che colpire il bersaglio, colpisca se stessa. Se questo accadesse per tutte le frecce e per tutti gli arcieri che mirano contro il bersaglio, noi di quest’ultimo dovremmo dire che non può essere colpito da nessun arciere e che qualsiasi freccia che gli fosse scagliata avrebbe questa sorte, di non colpire il bersaglio, ma di colpire se stessa. Questo colpire se stessa è l’equivalente, nella metafora, di ciò che chiamo ‘autonegazione”. Nella metafora, il bersaglio corrisponde al destino. E la freccia è il corrispettivo, nella metafora, di ciò che chiamo ‘negazione del destino’ ( la freccia è una negazione del bersaglio, lo vuole colpire). Il destino soddisfa – ‘qui’ non possiamo dire ‘ciò che più conta’ ossia il ‘perché – la struttura di questa metafora, è ciò rispetto a cui ogni negazione è la freccia che colpisce se stessa, e quindi si toglie da sé, nega se stessa. Ciò significa che il destino è l’innegabile, l’incontrovertibile, ma in senso radicale per cui – qui è uno dei meriti intramontabili della filosofia in quanto evocatrice del senso inaudito ‘dello stare’ della verità – non ci può essere cambiamento di tempo, mutamento di costumi, non ci può esser alcun Dio che modifichi il bersaglio immacolato e intangibile, che riesca a trasformarlo, a farlo diventar altro, a mostrarne la negabilità.

D. Il fondamento, appunto, è l’evidenza della verità…
R. E’ essenzialmente più che l’evidenza: è l’evidenza in ‘relazione’ all’autonegazione della sua negazione. Questo è il senso autentico del ‘fondamento’.
D. Il fondamento corrisponde a ciò che i filosofi antichi chiamavano principio primo o origine?

R. Ma riuscendo ad essere l’innegabile. Se vogliamo un’annotazione storica, è Aristotele che ha intravisto potentemente il fondamento, che lui chiama ‘Bebaiotàte arché’ (‘principium firmissimum’). […] Nella parola ‘bebaiotàte’ risuona la parola ‘epistéme’. Lo star fermo dell’ ‘epistéme?. E’ anche Aristotele, con Platone, a trattare il principio in relazione alla “confutazione” (‘élenchos’) di coloro che intendono negare il principio (che per lui è ciò che poi verrà chiamato “principio di non contraddizione”. Anche il ‘cogito’ cartesiano guarda in questa direzione).

D. Dell’élenchos si ha appunto compiuta esposizione nel libro IV della Metafisica di Aristotele, un classico da lei commentato [Il principio di non contraddizione, La Scuola, 1975], su cui si sono formate generazioni di studenti. In che senso l’élenchos è modello di pensiero che non necessita di dimostrazione?

R. Ma prima di rispondere alla sua domanda, non è più opportuno mostrare l’ ‘aporia’ del discorso che introduce l’ ‘élenchos? Per la risposta alla sua domanda è meglio rinviare ai miei scritti. Vediamo l’aporia, dunque. Aristotele tende a indicare il principio come non bisognoso di ‘élenchos’ (che significa letteralmente la punta della lancia e per noi significa l’apparire dell’autonegazione del principio). Per Aristotele il principio è per sé ‘evidente’, e quindi egli è propenso a considerare la ‘bebaiotàte arché’ come non bisognosa dell’ ‘élenchos’, il quale apparterrebbe quindi alla “dialettica” e non al principio.
Ora, non basta parlare del destino, senza vedere il senso concreto della sua innegabilità. Non basta parlare del “principio di non contraddizione”, senza vedere il senso della sua innegabilità. Tale principio come semplicemente asserito è un dogma, una semplice “evidenza”. Ossia è un dogma affermare soltanto che è evidente. Come è dogma il semplice asserire che esiste il mondo. Quindi, affinché la ‘bebaiotàte arché’ non sia un dogma deve apparire in relazione all’ ‘éelenchos’, che in quanto determinazione del destino è l’apparire dell’esser sé, in quanto l’esser sé degli essenti è in relazione alla propria autonegantesi negazione. L’élenchos è l’apparire dell’autonegazione della negazione del destino).
Aristotele asserisce che è frutto di ignoranza non sapere di quali cose ci sia dimostrazione e di quali non possa esserci: se non si fosse “ignoranti”, si capirebbe che dimostrare significa ricondurre il ‘demonstrandum’ alla ‘bebaiotàte arché’, cioè vedere che la negazione del ‘demonstrandum’ implica la negazione della ‘bebaiotàte arché’. E allora, tenendo ferma questa annotazione, il principio di non contraddizione appare come ciò che non ha bisogno di nient’altro che del suo apparire perché debba essere accettato. Per Aristotele è sufficiente la sua “evidenza”.
‘Ma così si presenta appunto come un dogma’. Dunque è necessario il suo esser visto in relazione all’ ‘élenchos’, in cui appare l’impossibilità di negare l’evidenza. Ma allora, se la ‘bebaiotàte arché’ ha bisogno dell’ ‘élenchos’, che ne mostri l’innegabilità e il suo non aver bisogno di nient’altro che di se stessa, e se d’alta parte la ‘beaiotàte arché’ è il fondamento di ogni dimostrazione, allora si presenta un’ ‘aporia’ – che a mio avviso nella storia del pensiero filosofico non solo non è stata risolta, ma non è stata nemmeno mai vista- L’aporia è che il qualcosa che sta al fondamento di tutto il sapere può apparire come siffatto fondamento, solo in quanto tale qualcosa è in relazione all’ ‘élenchos, che dunque viene a presentarsi come una sorta di fondamento di ciò che dovrebbe essere il fondamento di tutto’. Se non si sa risolvere questa aporia, è aporetico anche parlare di ‘epistéme’, di verità, di destino…

D. La “confutazione”, esposta nel libro IV della Metafisica di Aristotele, è da lei così rigorizzata: l’élenchos è l’autonegazione della contraddizione?

E’ l’autonegazione della negazione del destino. Certo: qui ormai ci siamo lasciati alle spalle la separazione tra pensiero e cosa, perché dire che il destino è l’apparire dell’esser sé dell’essente implica – ma anche qui per una struttura concettuale che non possiamo esplicitare – che è impossibile un essente che non appaia.
(A questo punto, però, qualcuno potrebbe dire che se è impossibile che un essente non appaia, allora si viene a dire che tutto coincide con quello che appare qui e ora. E invece no, a questo punto si tratterebbe di ricordare la necessità che l’Io del destino sia il cerchio ‘finito’ dell’apparire del destino, che implica con necessità la totalità infinita dell’apparire, che non coincide con la totalità che appare in tale cerchio, e nei cerchi dell’altrui esser uomo. Dovrebbe cioè farsi innanzi la figura dell’apparire infinito: l’eterno apparire infinito degli eterni).

D. Il cerchio finito implica l’apparire infinito, così come la nostra esistenza si libra tra finito e infinito. Cosa vuol dire che siamo finiti ed eterni al tempo stesso?

R. Poiché eterno è l’essente in quanto essente, eterno è anche il finito, ossia l’essente che non è la totalità degli essenti. L’Io del destino è la struttura originaria del finito, il cerchio che, accogliendo la terra, è perciò stesso finito. Nell’apparire infinito non sopraggiunge alcun eterno perché da sempre li contiene tutti.

 

da

(79) Amici di Emanuele Severino

Rapporto tra metafisica, episteme e destino negli scritti di Emanuele Severino, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

In quegli scritti, la parola “destino” indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra.

L’ “episteme” è invece il tentativo compiuto dal pensiero greco – ma inevitabilmente fallito – di evocare l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilita’ del destino. Assoluta incontrovertibilita’, che è però avvolta dalla contraddizione C.

Non è di identità assoluta il rapporto tra metafisica e episteme perché nella storia dell’Occidente c’è stata episteme anche là dove non c’è stata metafisica: l’esempio principe di sapere epistemico non metafisico è il “criticismo kantiano”.

MORTE, IMMORTALITA’, citazione da Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013

 

In Severino l’esser “mortali” […] è “volontà di separare le parti dal Tutto”: l’esser mortali è prodotto dell’isolamento, questo è “la volontà di esser mortali”, (Destino della Necessità, p. 416) l’unica volontà, si potrebbe dire, che realizza il proprio volere, perché l’esser mortali è la grammatica esistenziale dell’isolamento, è la prima prevaricazione, quella esistenziale appunto, è il senso originario ed estremo del prevaricare (ivi, p. 417) che ti spinge a prender cura solo delle cose della terra, a negare il legame necessario che unisce ogni parte al Tutto. Siamo “mortali” perché abbiamo deciso di esserlo (ecco il paradosso di Severino) nel momento in cui abbiamo pensato il divenire come uscire dal nulla e precipitare nel nulla. […] Il tema, in Severino, è direttamente la morte dell’uomo, la sua “scelta” di esser mortale, che si scontra, contende con l’eternità di ogni ente e dunque anche con l’ente uomo. Nascita e morte sono possibili solo nella dimensione isolata della terra, l’ente uomo ha rinunciato alla propria identità.
Ma il paradosso di Severino è tale perché si scontra con il fatto che l’uomo muore, che ognuno di noi muore, con l’inquietudine che crea questo dissolversi della nostra esperienza, cadere nel nulla della coscienza di essere. Il ‘de consolatione philosopiae’ non sembra qui raggiungere il suo scopo. La consapevolezza della morte offre la primigenia condizione metafisica dell’ente-uomo, la tensione che essa fa dilagare va mantenuta, e di Severino si deve cogliere il lato che la mantiene, che è nell’intreccio fra orizzonte del Tutto e parzialità del vivere umano. Ma c’è in Severino, a un certo punto, come un separarsi dei due orizzonti, come se mettere l’orizzonte del Tutto nel quadro dell’Attesa eliminasse o riducesse la forza del loro dialettismo? E accetterebbe mai Severino l’espressione “dialettismo”?, e la domanda è retorica. E come incide questa possibilità ermeneutica sul tema della morte? Non c’è una forzatura nel considerare l’esser mortale come dimenticanza della propria eternità? E che cosa può scuotere chi sa che il proprio destino è la propria morte personale? Non c’è qualcosa di ineluttabile in questa fragilità, in questo cosumarsi delle cose? Che ci porta in un territorio che forse né Gentile né Severino hanno esplorato perché realmente forse inesplorabile nell’inesorabilità della sua dimensione? O che l’hanno fatto provando a esorcizzare la prepotente realtà-verità della irrimediabile finitezza del nostro tempo di vita? (Il discorso continuerà prossimamente).
(Biagio De Giovanni, Disputa sul divenire, Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013).

Il principio di non contraddizione nel pensiero di Emanuele Severino, in Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252

 

Il ruolo che il principio di non contraddizione riveste nel pensiero di Emanuele Severino rappresenta molto probabilmente un ‘unicum’ nel panorama filosofico contemporaneo. Se, infatti, la tesi più nota e più scandalosa del filosofo bresciano consiste nell’affermazione dell’eternità di ogni ente in quanto tale, è il ‘modo’ in cui questa viene presentata che più colpisce, ossia come la stessa posizione concreta del principio di non contraddizione, il cui senso autentico viene visto come espresso per la prima volta – ed essenzialmente – da Parmenide: “l’essere è, mentre il nulla non è” (fr. 6, vv. 1-2 in E. Severino, Essenza del nichilismo, 3° ed., Adellphi, Milano 1995, pp. 20-243). Pensare ad un tempo in cui un qualsiasi ente si è annullato o è ancora nulla, significherebbe infatti pensare ad un tempo in cui l’essere è – ‘simpliciter’ – identico al nulla. Dunque, se “dell’essere (di ogni, di tutto l’essere) non si può pensare che non sia, allora di tutto l’essere […] non si può pensare che divenga, perché, divenendo, non sarebbe […]. Sì che tutto l’essere è immutabile. Non esce dal nulla e non ritorna nel nulla. E’ eterno” (Ivi, p. 63). Mentre per gran parte della filosofia contemporanea il principio di non contraddizione è un criterio “solo negativo, di ogni verità” (I. Kant, Critica della ragione pura, trad. di G. Colli, Adelphi, Milano 1995, p. 228), in quanto applicantesi a conoscenze in generale “prescindendo dal loro contenuto” (Ibid.), Severino vede in esso la manifestazione stessa della verità dell’essere e la chiave di volta della “struttura originaria del sapere”.
Dal principio di non contraddizione non discende però, secondo Severino, solo l’impossibilità del divenire in senso nichilista, ma anche – e innanzitutto – la ‘necessità della relazione’ tra ogni significato e la totalità del significare. Il principio viene insomma visto non solo nella sua valenza ontologica, ma anche in quella semantica, incarnandosi immediatamente in una posizione ‘olista’. Riformulato come ‘principio di opposizione universale – il positivo si oppone al negativo – il principio di non contraddizione afferma non solo l’opporsi di ogni ente al ‘nihil absolutum’, ma anche il proprio differire da ‘ogni altro positivo’. Ogni significato, opponendosi originariamente ad ogni altro significato, implica la totalità del significare.

(Robert Loss, Tempo, totalità e contraddizione. Ciò che il principio non dice. Elenchos e metafisica del tempo nel pensiero di E. Severino, in Scenari dell’impossibile. La contraddizione nel pensiero contemporaneo, a cura di F. Altea e F. Berto,Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 251-252).

 

via Amici di Emanuele Severino

Pensiero di Kant – in Wikipedia

L’obiettivo principale del pensiero di Immanuel Kant è quello di identificare le condizioni entro le quali una conoscenza possa essere ritenuta valida sia nel campo delle nuove scienze della natura sia in quelle tradizionali della metafisica, dell’etica, della religione e dell’estetica.

VAI ALLA INTERA SCHEDA

Pensiero di Kant – Wikipedia

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2), citazione da: Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS, Pisa 2009, pp.11 – 22

 

La parola greca che traduciamo con “verità” è ‘alétheia’, che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto’ alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta”. Questo “stare” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema ‘steme’ (dalla radice indoeuropea ‘sta’) indica appunto lo ‘stare’ di ciò che sta e che si impone ‘su’ (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimente è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero. Appunto per questo Parmenide dice che il “cuore” della vertà “non trema” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’epistéme, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei “mortali”. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioe dall’ “angosciato stupore”, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (thimòs, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il “cuore non tremante della verità”.
[ … ]
Il principio di non contraddizione, che domina l’intera storia dell’Occidente, afferma [ … ] che è necessario che gli enti siano enti, ‘quando essi sono’. ma che non è necessario che gli enti siano; il che significa che è necessario che gli enti siano stati niente, prima di essere, e tornino ad esser niente, dopo essere stati. Il principio di non contraddizione è cioè, insieme, l’affermazione che gli enti che si manifestano divengono, ossia escono dal niente e vi ritornano; e a sua volta il divenire, quale è inteso nel pensiero dell’Occidente, è insieme l’affermazione del principio di non contraddizione, ossia del principio per il quale è impossibile che, quando gli enti sono, siano niente, ma che è necessario che in un tempo diverso, gli enti siano stati e tornino ad essere niente. Nella forma teologico-metafisica dell’ ‘epistéme’ solo il divino è “sempre salvo” dal nulla (come dice Aristotele): nella distruzione di tale forma, e cioè nel pensiero della “morte di Dio”, ogni ente proviene dal niente ed è destinato a ritornarvi. Ma che gli enti in quanto enti escano dal niente e vi ritornino è la verità comune sia alla tradizione dell’Occidente, sia alla distruzione di tale tradizione.
[ … ]
La presente relazione ha inteso offrire qualche premessa sui seguenti essenziali punti.
1) L’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.
2) Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.
3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.
4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.
5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.
6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).
7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente . non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.
8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni.
9) Si invita al tema fondamentale, che però in questa relazione non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.


(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della vertità, Edizioni ETS, Pisa 2009, pp.11 – 22).

via (7) Amici di Emanuele Severino

Heidegger, Bontadini e Severino. Un testo di Vasco Ursini

 

Dopo il suo “Ritornare a Parmenide” (1964, con un “Poscritto”, 1965) che produsse un’intensa discussione con il suo maestro Bontadini (il quale dalla contraddittorietà del divenire ricavava l’esistenza di un essere trascendente che non diviene, mentre Severino invece che postulare un principio trascendente che non diviene e che è assolutamente diverso dal divenire stesso, affermava che tutto ciò che è deve essere pensato come eterno e necessario), ma anche scalpore e scandalo e un “processo” da parte della Chiesa, Severino sviluppa con coerenza e vigore la sua posizione filosofica che è stata, non so quanto giustamente, delineata come un’ontologia neoparmenidea. Dopo la condanna del suo pensiero da parte della Chiesa, Severino ha continuato a svilupparlo in modo sempre più rigoroso e radicale. Particolare importanza ha assunto la sua diagnosi della civiltà condotta all’insegna del nichilismo. Questo suo insistere sul nichilismo e sulla tecnica quali snodi caratteristici dell’attuale epoca del mondo hanno spinto ad associare quasta sua analisi alla celebre tesi heideggeriana del compimento della metafisica nel nichilismo e nell’essenza della tecnica moderna. Va detto subito che è del tutto fuorviante giudicare il pensiero severiniano come una sorta di heideggerismo all’italiana. Infatti, Severino fa filosofia in termini assolutamente contrapposti a quelli di Heidegger, giungendo a una conclusione nettamente diversa. Heidegger ha teorizzato una visione storico-epocale dell’essere, mentre Severino sostiene che l’essere non può essere contaminato dal tempo.

Vasco Ursini scrive su: Emanuele Severino, Essenza del Nichilismo (Paideia, Brescia 1972; seconda edizione ampliata, Adelphi, Milano 1982).

 

In quest’opera, che si compone di diversi studi assai importanti tra cui il discutissimo “Ritornare a Parmenide” (in “Rivista di filosofia neoscolastica”, LVI, 1964, n. 2, pp. 137-175: poi in “Essenza del Nichilismo), Severino sviluppa una dottrina dell’essere che in qualche modo si rifà all’ontologia parmenidea – che egli però corregge radicalmente – e ne ricava una diagnosi critica della storia della filosofia e della civiltà occidentale, diagnosi sicuramente inaudita, Eccola: “La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’esssere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più dificili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere” (Ritornare a Parmenide, in Essenza del Nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 19).
Le tesi espresse in questo scritto, secondo le quali tutti gli enti, in quanto “sono, sono eterni, fecero scandalo e furono condannate ufficialmente dalla Chiesa perché inconciliabili con la dottrina cattolica, in particolare con la dottrina della creazione ex nihilo.
Riallacciandosi alla fondazione dell’ontologia espressa in “La struttura originaria”, Severino mette in luce l’evidenza inoppugnabile del principio ontologico secondo il quale “l’essere è e non può non essere”. Questa incontraddittorietà dell’essere si fonda sul principio di non contraddizione e nella sua incontrovertibile validità: chi, infatti, volesse negare tale validità dovrebbe implicitamente farvi ricorso e riaffermarla attraverso la sua negazione che dunque si autoannulla. Detto in altri termini, in quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura della “necessità”. Tale “necessità” esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente.
(Il discorso s’interrompe qui, ma sarà ripreso in un prossimo post).

EMANUELE SEVERINO SU JUNG E FREUD, in La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 128 – 130. Citazione proposta da Vasco Ursini

Per Jung e Freud – ma in questa direzione si muovono già Nietzsche e Schopenhauer – la ragione umana viene da molto lontano: dal caos originario, abisso tenebroso e insondabile che è insieme tremendo e felice. In esso è il segreto della nostra esistenza. E Jung vi scorge le forme del “Sacro”, del Mito originario, di “Dio”. Che però non sono, come per la ragione metafisica, realtà effettivamente esistenti, ma impulsi profondi, bisogni fondamentali della parte più profonda dell’anima – l’inconscio – dai quali dipende il destino dell’uomo; ma che stanno al di là di ogni discorso della ragione sul senso del mondo. Jung sa bene che la filosofia di Kant è la “madre della psicologia moderna”.
La questione preliminare è allora come si possa parlare dell’inconscio, ossia di ciò che stando al di là del pensiero cosciente, ne è anche il limite. Molto opportunamente, allora, Umberto Galimberti pone all’inizio de ‘La terra senza il male. Jung: dall’inconscio al simbolo’ (Feltrinelli, 1984) un’espresione di Wittgenstein, della quale però il pensatore viennese dimentica che, quasi con le stesse parole, era stata lungamente meditata da Hegel: “Per tracciare al pensiero un limite, dovremmo dover pensare ‘ambo i lati’ di questo limite (dovremmo dunque dover pensare quel che pensare non si può)”. Ma Jung non arretra di fronte a questa difficoltà. E nemmeno Galimberti, che anzi intende rimettere in luce, nel suo libro, le implicazioni fodamentali della psicoterapia junghiana.
All’inizio dei tempi – ricorda Galimberti – il Cielo copre, la Terra sostiene e l’Uomo avvicina e unisce il Cielo e la Terra. Per Jung, Terra, Cielo, Uomo sono le forze dell’inconscio. Ma poi l’armonia si spezza, l’Uomo si trova estraneo alla Terra, il Cielo non lo protegge ma gli spalanca la minaccia delle infinite distanze, la terra diventa indifferente all’Uomo. Così parlano i miti più antichi, la religione, la filosofia. Il responsabile della lacerazione è l’Uomo stesso, in quanto si pone come “io” e, correlativamente, come progetto di dominazione del Cielo e della Terra, Il “male radicale” è appunto la volontà progettante dell’Uomo. Sono grandi temi. Ma si vorrebbe sapere perché l’unione originaria sia “bene” e la separazione progettante “male”. La risposta di Jung è che la separazione e la connessa progettualità (coordinazione di mezzi in vista della produzione di scopi) stiano alla radice dell’anomalia psichica.
Galimberti scrive che “la tanto deprecata volontà di potenza è solo un disperato tentativo di sfuggire all’indifferenza della terra”. Sono d’accordo anch’io sul fatto che la volntà di potenza è oggi deprecata a buon mercato, Non mi è chiaro invece il rapporto che Galimberti istituisce tra il “male radicale” – cioè il sorgerte dell'”io” e del suo progettare, che provocano l’isolamento della terra – e la volontà di potenza intesa come “disperato tentativo di sfuggire a tale indifferenza, Proprio dal punto di vista di questo discorso, l’originaria volontà di potenza non è forse il sorgere dell’ “io” separante e del suo progettare? E non è la volontà di essere un “io” a rendere indifferente la terra rispetto a ciò che si è staccato da essa? Se Galimberti mi concede questo, allora le parti si invertono: l’indifferenza della terra è la ‘conseguenza’ e non la causa dell’originaria volontà di potenza,
A proposito della quale, poi, si dovrà pur incominciare a vedere in che senso è possibile qualificarla come “male”. Intendo dire che al di là di ogni forma di psicologismo la separazione autenticamente originaria è quella in cui la ‘terra’ – nel senso che a questo termine viene conferito nei miei scritti, ossia la ‘terra’ come totalità degli eterni che sopraggiungono nel cerchio dell’apparire (…) e quindi come includente la “Terra”, il “Cielo” e lo stesso “io” separante a cui si riferisce Umberto Galimberti – è isolata dal destino della verità (cfr., in ‘Essenza del nichilismo’, “La terra e l’essenza dell’uomo”).

(Emanuele Severino, la legna e la cenere, Rizzoli, MIlano 2000, pp. 128 – 130. Il titolo è mio).


fonte:

https://www.facebook.com/groups/995555343856790/?fref=ts

VASCO URSINI, IL PENSIERO, già pubblicato nel gruppo: Amici di Emanuele Severino, 14 febbraio 2019

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi:

fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “.

Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica.

La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea. Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire .

Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger. La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito . Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica. Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire. L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:
a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.

b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.

c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.

Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro. Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno.

Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere. La filosofia ha inteso indicarne il volto. Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare. Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere. Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo. Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire. L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili. A questo proposito, asserisce Severino:

La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […]Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “. Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ).

L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce).

Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.).

La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia.

Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada.

E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo?

Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità? Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno .

Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri.

Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita. Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità.

Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni.

Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “.

Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee.

Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili.

E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio.

Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino.

Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.


da

Amici di Emanuele Severino

HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, Congresso internazionale a cura dell’ASES (Associazione di Studi Emanuele Severino), Brescia 13-15 giugno 2019. Scheda aggiornata al 3. 2. 2019


vai a: ASES associazione di studi Emanuele Severino


vai alla scheda definitiva pubblicata il 23 maggio 2019:

https://tinyurl.com/yxe9qutt


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Qui è possibile scaricare tutta la scheda informativa in formato pdf:

HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, Congresso internazionale, Brescia 13-15 giugno 2019 – Call Completa


 

Cari Soci,

dopo il successo della lettura de L’Orestea di Eschilo del 2 marzo scorso è in fase di organizzazione il congresso Congresso internazionale:

“Heidegger nel pensiero di Severino

Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica”

che si terrà a Brescia il 13-14-15 giugno.

La partecipazione al congresso è riservata ai soci dell’ASES per cui chi non lo ha ancora fatto può versare la quota associativa di 50 euro per il 2019 

La quota associativa va versata:

UBI-BANCA, filiale Corso Martiri della Libertà di Brescia

attraverso il seguente IBAN:

IT76A0311111238000000000754

Causale: Iscrizione Associazione di Studi Emanuele Severino (ASES*)

CODICE FISCALE

98196550176

Effettuato il bonifico inviare una mail a paolobarbieri55@gmail.com

con i dati dell’iscritto: nome cognome, data di nascita, luogo di residenza, mail.

Un cordiale saluto

Paolo Barbieri

HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, Congresso internazionale, Brescia 13-15 Giugno 2019


Congresso Internazionale

HEIDEGGER NEL PENSIERO DI SEVERINO

Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica

Brescia 13‐15 giugno 2019

2019-01-25_145438

Presidente ASES (Associazione di Studi Emanuele Severino)

Vincenzo Milanesi

Direzione scientifica

Giulio Goggi, Ines Testoni, Leonardo Messinese, Gaetano Chiurazzi

Comitato referees

Francesco Altea, Nicoletta Cusano, Massimo Donà, Giulio Goggi,

Leonardo Messinese, Federico Perelda, Davide Spanio, Luigi Vero Tarca, Ines Testoni

Comitato scientifico

Francesco Alfieri, Francesco Altea, Giuseppe Barzaghi, Enrico Berti, Francesco Berto, Ilario Bertoletti, Sara Bignotti, Pedro Manuel Bortoluzzi, Giorgio Brianese, Alessandro Carrera, Hervé A. Cavallera, Gaetano Chiurazzi, Piero Coda, Umberto Curi, Nicoletta Cusano, Biagio de Giovanni, Massimo Donà, Costantino Esposito, Adriano Fabris, Maurizio Ferraris, Umberto Galimberti, Giulio Giorello, Sergio Givone, Giulio Goggi, Luca Illetterati, Natalino Irti, Michele Lenoci, Paul Livingston, Romano Madera, Massimo Marassi, Giacomo Marramao, Eugenio Mazzarella, Leonardo Messinese, Giuseppe Micheli, Vincenzo Milanesi, Francesco Mora, Salvatore Natoli, Gian Luigi Paltrinieri, Federico Perelda, Ugo Perone, Arnaldo Petterlini, Bruno Pinchard, Graham Priest, Gennaro Sasso, Carlo Scilironi, Italo Sciuto, Pierangelo Sequeri, Davide Sisto, Davide Spanio, Andrea Tagliapietra, Luigi Vero Tarca, Ines Testoni, Francesco Totaro, Gianni Vattimo, Mauro Visentin, Vincenzo Vitiello, Friedrich-Wilhelm von Herrmann

Comitato organizzatore

Francesca Alemanno, Paolo Barbieri, Claudio Bragaglio, Elisabetta Cesari, Erika Iacona,

Martina Musmarra, Laura Parenza, Marco Piscitello, Vasco Ursini, Alessia Zielo

RAZIONALE

di Giulio Goggi e Ines Testoni

Il secondo congresso internazionale dell’ASES, in occasione delle celebrazioni del novantesimo compleanno di Emanuele Severino, vuole mettere in evidenza la centralità del suo pensiero rispetto ai temi più grandi e cogenti della filosofia.

La scelta del titolo parte dal riconoscimento dell’importanza di Martin Heidegger per la storia del Novecento, rispetto alla consapevolezza della crisi della conoscenza che è derivata dal declino della metafisica. Quando, nel 1937, il filosofo tenne un corso dal titolo “Domande fondamentali della filosofia: selezioni di problemi della logica”, ove veniva sviluppato quanto elaborato a partire dalla domanda fondamentale Che cosa è la metafisica? (1929), nel tentativo di fondare la “metafisica” quale comprensione dell’ente sull’ “ontologia” quale comprensione dell’essere, la sua riflessione volgeva alla ricerca di una soluzione al progetto in cui si era incagliato Essere e tempo (1927), ovvero al non senso in cui rischiava di versare tragicamente l’essere per la morte. In quel momento storico, ove la scienza e la tecnica cominciavano a dominare l’orizzonte intero del sapere a causa della perdita di ogni potere euristico della religione dopo la morte di Dio decretata da Nietzsche, l’assunzione del rapporto tra pensiero e realtà in riferimento alla questione kantiana, già peraltro annunciata in Kant e il problema della metafisica (1929) era destinato a divenire tanto cruciale quanto senza risposta. È forse a causa di questa sostanziale mancanza di soluzione ai problemi posti che Heidegger viene considerato come il pensatore che più sistematicamente ha declinato la filosofia come modalità interrogativa del pensiero, là dove la filosofia del Novecento ha cercato di amplificare questa forma di ragionamento, oppure le si è opposta ripristinando atteggiamenti tanto kantiani quanto pragmatico-convenzionali.

Emanuele Severino previde le sembianze di siffatta lacerante deriva fin dall’inizio della sua riflessione, allorquando scrisse la sua tesi di laurea su Heidegger e la metafisica, cominciando proprio con quest’opera a indicare il contesto in cui la problematicità heideggeriana poteva non restare in sospeso. In questo libro, scritto tra il 1948 e il 1949, Severino vedeva nel pensiero di Heidegger, opportunamente interpretato, una forma di problematicismo “situazionale”, dove la posizione del problema (l’esperienza del divenire inteso come passaggio dal non essere all’essere e viceversa) non esclude la Soluzione (l’affermazione dell’esistenza dell’Immutabile come ciò che rende intelligibile il divenire), sfociando così nell’apertura alla metafisica classica. In seguito, gli scritti di Severino hanno rilevato l’appartenenza di quella Soluzione al nichilismo e cioè all’alienazione fondamentale dell’Occidente. Ed è pure emersa un’ulteriore complicazione del pensiero di Heidegger: il suo oscillare tra il versante del problematicismo “situazionale” e quello del problematicismo “trascendentale” che avvicina il filosofo di Messkirch alle posizioni più avanzate del pensiero contemporaneo (Leopardi, Nietzsche, Gentile) e cioè alle forme più coerenti del nichilismo che affermano l’inesistenza di ogni immutabile. Dal confronto serrato con Heidegger ha preso forma il concetto di apparire fino a quell’elemento essenziale della struttura della verità che costituisce l’immediatezza fenomenologica, imprescindibile dall’immediatezza logica a cui il pensiero è originariamente ancorato. Ma il linguaggio che testimonia la verità dell’essere avrebbe portato nella lontananza più estrema rispetto all’anima del pensiero occidentale, indicando quella “struttura originaria” dell’essere – il “destino” del pensiero – che implica l’eternità dell’essente in quanto essente. Se possiamo certamente asserire che Heidegger è il filosofo delle grandi domande, è altrettanto sicuro che Severino è colui che offre l’orizzonte entro cui esse possono essere affrontate e comprese, per trovare una risposta risolutoria all’interno del linguaggio che toglie l’errore, come testimonianza dell’essere e del suo apparire attraverso la sintassi della necessità.

Le conseguenze di tale risoluzione però non sono ancora state riconosciute, perché ancora la riflessione filosofica non si è cimentata in tale compito, tanto arduo quanto entusiasmante. Riuscire a rilevare analiticamente come il dialogo tra i due pensatori sia cruciale per l’intera storia del pensiero è il compito arduo e rilevante che il congresso assume come obiettivo.

SPUNTI PER UNA DISCUSSIONE

di Emanuele Severino

«Che ci siano delle ‘verità eterne’ potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che l’Esserci [Dasein] era, è e sarà per tutta l’eternità. Fin che questa prova non sarà stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie» (Heidegger, Essere e tempo, § 44, c, trad. it. di Pietro Chiodi). E per Heidegger questa prova manca, anche per tutti gli enti del mondo diversi dall’Esserci.

Ciò che nei miei scritti è chiamato “la struttura originaria del destino” implica con necessità l’eternità dell’ente in quanto ente, ossia di ogni ente (dove l’eternità è l’impossibilità che un qualsiasi ente che è sia stato nulla e torni a esser nulla).

L’“essere” di Heidegger è “nulla dell’ente”, ossia non è nihil absolutum. Ma per lui nemmeno l’ente, quando è, è nihil absolutum. Ciò significa che l’“essere” e l’ente hanno in comune il non essere un nihil absolutum e che quindi l’“essere” non può essere il “nulla dell’ente”. Questa dimensione comune include entrambi i termini della “differenza ontologica” (“essere”, ente) e non viene esplorata da Heidegger. È la dimensione dell’essente in quanto essente – che non è nemmeno la dimensione dell’ente in quanto ente aristotelico, ossia dell’ente che è quando è. La struttura originaria del destino è l’apparire dell’esser sé dell’essente, ossia di ciò la cui negazione è autonegazione.

L’“essere” di Heidegger è svelamento e insieme velamento, nascondimento. Che lo svelamento sia nascondimento non può significare per Heidegger che ciò che rimane nascosto sia nulla, ma che, pur nascosto, esiste. Ma questa esistenza non può essere un contenuto fenomenologico – e nei testi di Heidegger è assente la prova che ciò che è nascosto esiste: essi presuppongono soltanto la tesi che se qualcosa si manifesta deve esistere tutto ciò che non appartiene al contenuto manifesto.

Si presenti come la libertà dell’Esserci affermata in Essere e tempo, o come libertà dell’“essere”, affermata dopo la “svolta”, nemmeno la libertà – va osservato – può essere un contenuto fenomenologico. In base a che cosa è affermata da Heidegger? Nell’intervista allo Spiegel, parlando del Dio che ci può salvare e aggiungendo che ciò può anche non avvenire, sembra che alluda alla libertà dell’“essere”.

Ciò da cui solo un Dio ci può salvare è l’annientamento o la tecnica? È tutti e due. Comunque la salvezza viene dalla dimensione ontica, sia pure diversa da quella metafisicamente intesa; e in questo senso resta confermato il progetto iniziale di Essere e tempo che sospende il giudizio sulla configurazione della dimensione ontica (esistenza di Dio, immortalità dell’anima, ecc.).

Per Heidegger la “filosofia” finisce nella tecnica, vi ha compimento e non può più modificare il mondo e dare salvezza o perdizione: ormai è la tecnica a padroneggiare tutte le cose. Sennonché la tecnica domina perché le forze che si illudono di servirsene rinunciano ai loro valori; e la rinuncia è effettiva quando ciò che nei miei scritti è chiamato “il sottosuolo filosofico del nostro tempo” mostra che quei valori non sono verità assolute, perché la verità assoluta è morta. La “filosofia” (che è l’essenza dell’Occidente) modifica il mondo a tal punto da determinare la dominazione “di diritto” della tecnica.

TOPICS

Filosofia prima

Epistéme e alétheia

Linguaggio e verità

Essere e tempo

Ontologia e differenza ontologica

Essere ed esserci

Sein – Nichts

Lasciar essere (Gelassenheit) e necessità

Geschick des Seins, Ereignis

Metodo fenomenologico e struttura originaria

Orthótes, Unverborgenheit, destino

Filosofia e follia

Dimenticanza dell’essere, nichilismo

La “Svolta” (Kehre)

Storia della filosofia

I presocratici

La parola di Anassimandro

La parola di Parmenide

Platone e le radici della tradizione metafisica

Aristotele: theoria, physis, praxis, poiesis

Paolo, Agostino e la temporalità del Dasein

Leibniz e il principio di ragion sufficiente

La questione kantiana: trascendentale e comprensione ontologica

Nietzsche: eternità e “morte di Dio”

Hegel: identità, differenza, dialettica

Husserl e il “principio di tutti i principi”

Lettura heideggeriana e lettura idealistica della storia della filosofia

Filosofia della prassi – Estetica

Il problema della politica

Democrazia, capitalismo, tecnica

Il problema religioso

Eclissi dell’etica?

Il problema della tecnica

L’essenza dell’opera d’arte

DEADLINE E ABSTRACT

Coloro che sono interessati, devono inviare un abstract entro il 28 febbraio all’indirizzo: ggoggi@libero.it

La struttura degli asbtract deve essere la seguente:

Cognome Nome

Professione (o studi in corso) e indirizzo email

Titolo

Testo (carattere: Times New Roman; dimensione carattere: 12; numero caratteri, spazi inclusi: minimo 4000, massimo 8000; interlinea singola)

Bibliografia (corrispondenza tra citazioni nel testo e voci bibliografiche: massimo 10 voci)

L’accettazione dei contributi sarà resa nota agli autori entro il 31 marzo

La programmazione sarà predisposta entro il 31 maggio.

L’iscrizione al Congresso come relatori e uditori – aperta fino al 20 maggio 2019 – è possibile solo ai soci Ases che sono in regola con il pagamento della quota associativa 2019. Per ricevere informazioni sulla modalità di iscrizione, rivolgersi al seguente indirizzo: paolobarbieri55@gmail.com

Si rilascia attestato di partecipazione e Atti congressuali.

Verranno selezionati i contributi più importanti per la realizzazione di un volume collettaneo.

Emanuele Severino, APPARENZA, REALTA’ E L’ISOLAMENTO DELLA TERRA, rassegna “Abitatori del Tempo”, Monza, 8 febbraio 2013. Audio e Video della lezione

E’ affidata ad Emanuele Severino – filosofo tra i più noti in Italia ed intellettuale pubblico – l’apertura della nona edizione della rassegna “Abitatori del Tempo“, il ciclo itinerante di incontri con i più grandi filosofi e pensatori contemporanei, tutti dedicati alla riflessione sull’oggi, per offrire “una maggiore consapevolezza del tempo che abitiamo”

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Intitolata quest’anno al tema “Apparenza e Realtà” la rassegna

si aprirà venerdì 8 febbraio 2013 al teatro Manzoni di Monza – ore 21, ingresso gratuito –

con l’ intervento del prof. Emanuele Severino dal titolo “L’isolamento della terra” 

da   Monza e Brianza


  • Audio della presentazione:
  • Audio della Lezione magistrale di Emanuele Severino:
  • Audio della risposta su Parmenide

Lezione magistrale, prima ora:

gli ultimi 20 minuti della lezione:


Associo ai contenuti della lezione questa pagina tratta da Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, pag. 188- 189

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Un ricordo della serata in fotografia:

il professor Fabio Botto, l’amico dottore in scienze pedagogiche Maurizio Fratea e il professor Emanuele Severino

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caro maurizio
anche per me ieri sera è stato un grande piacere incontrarti
questa fotografia è BELLISSIMA !!!mi spiace di essere andato via alle 11 e 10, ma avevo un treno alle 11 e 25. comunque è stato un ritorno pieno di pensieri legati alla lezione (realtà , apparenza, terra, verità, uomo, pensiero arcaico, miti, presente,  passato, scienza ….)
ho perso l’occasione di essere immortalato in una fotografia con emanuele severino!
tuttavia questa vostra fotografia “fa memoria” ancora di più. ci sei tu, con il tuo coraggio e la tua forza di “essente”, c’è il tuo amico che fa con tanta passione il suo lavoro culturale  e c’è questo straordinario interprete filosofico della nostra appartenenza alla “terra isolata dal destino”.
oggi metto sul mio blog filosofico video e audio della lezione di ieri sera e ti darò qualche suggerimento su come accostare la architettura del pensiero severiniano
mi autorizzi a pubblicare anche questa “eterna” fotografia?
un caro saluto
e a rileggerci

Paolo


PROGRAMMA degli incontri

EMANUELE SEVERINO – L’ISOLAMENTO DELLA TERRA

Venerdì 8 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo tra i più noti in Italia, intellettuale pubblico, a partire dai saggi giovanili è venuto articolando un organico sistema filosofico che muovendo dalla riflessione su temi come l’essere, il divenire e il nulla, fornisce un’analisi di fenomeni quali la natura della tecnica, il nichilismo, la fede religiosa.

MICHELE LENOCI – REALTÀ, APPARIRE, APPARENZA, PARVENZA: IL MONDO È FORSE UN SOGNO COERENTE?

Giovedì 14 febbraio 2013
Cesano Maderno – Teatro Excelsior
Via San Carlo, 20

Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Ontologia e metafisica e Storia della filosofia contemporanea. Sue pubblicazioni più recenti: “Le filosofie cristiane”, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani 2012, “Il materiale e il formale nell’etica: Scheler vs. Kant”, Guida 2011, “Si può amare la verità?”, Mimesis 2011.

MASSIMO CACCIARI – LA REALTÀ E I NOMI DEI MORTALI

Lunedì 25 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo, uomo politico, intellettuale pubblico, ha sviluppato, a partire da figure di riferimento quali Nietzsche e Heidegger, un percorso filosofico che ha tra i suoi motivi principali i temi del pensiero negativo e del tragico.

GIULIO GIORELLO – FILOSOFI E FANTASMI

Lunedì 4 marzo 2013
Lissone – Palazzo Terragni
Piazza Libertà

Filosofo, matematico, intellettuale pubblico, la sua riflessione ha al suo centro l&rsquointreccio tra impresa scientifica e pensiero libertario.

FRANCESCO BOTTURI – FILOSOFIA DELL’AMORE APPARENTE

Venerdì 8 marzo 2013
Giussano – Sala Consiliare
Piazzale Aldo Moro, 1

Professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Etica e Filosofia morale. Sue pubblicazioni più recenti: “Experience: Reason and Faith”, Peter Lang 2012, “Affettività e generatività”, il Mulino 2011, “La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale”, Vita e Pensiero 2009.

CLOTILDE CALABI – CHE COSA È UN’ILLUSIONE PERCETTIVA?

Venerdì 15 marzo 2013
Vimercate – Centro Omnicomprensivo
Via Adda, 6

Professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell&rsquoUniversità degli Studi di Milano, dove insegna Teorie del linguaggio e della mente. Suoi campi di ricerca: filosofia della percezione, teorie dell’intenzionalità, filosofia dell’azione. E’ autrice di numerosi articoli su riviste internazionali; tra le sue pubblicazioni: con A. Voltolini, “I problemi dell’intenzionalità”, Einaudi 2009 e “Filosofia della percezione”, Laterza 2009.

ELIO FRANZINI – ARTE TRA APPARENZA E REALTÀ?

Venerdì 5 aprile 2013
Arcore – Teatro Nuovo
Via S. Gregorio, 25

Studioso di estetica, ha condotto le sue ricerche ispirandosi alla tradizione della fenomenologia e concentrando la sua attenzione soprattutto sul ruolo dell’immaginazione e del sentimento nell’esperienza dell’arte.

ANDREA MORO – L’EFFETTO “BABELE”. CERVELLI E GRAMMATICHE

Venerdì 12 aprile 2013
Villasanta – Teatro Astrolabio
Via Mameli, 8

Professore ordinario di Linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria ad Ordinamento Speciale IUSS di Pavia dove dirige il NeTS, centro di ricerca per la Neurosintassi e la linguistica teorica e il dottorato in Neuroscienze cognitive e filosofia della mente. Oltre a molti importanti studi internazionali, è autore di: “Parlo dunque sono”, Adelphi 2012, “Breve storia del verbo essere”, Adelphi 2010, “I confini di Babele”, Longanesi 2006.

ROBERTO MORDACCI – LA LIBERTÀ NON APPARE

Lunedì 15 aprile 2013
Desio – Auditorium Liceo Scientifico E. Majorana
Via Agnesi, 20

Filosofo morale, si è occupato di questioni di bioetica e dei fondamenti della filosofia pratica, in particolare attraverso i due temi delle ragioni morali e dell&rsquoidentità personale.


Conduce gli incontri
FABIO BOTTO
Insegna scienze umane al Liceo “Legnani” di Saronno. È dottorando in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Milano-Bicocca. Si occupa del rapporto tra nichilismo e rimozione del pensiero simbolico. Tra le sue pubblicazioni: Da Yahwèh ai Fantastici Quattro, Atì, 2008; Madre della filosofia, vol. I, Nichilismo e immaginazione, Mimesis, 2005.

 

via Emanuele Severino, APPARENZA, REALTA’ E L’ISOLAMENTO DELLA TERRA, rassegna “Abitatori del Tempo”, Monza, 8 febbraio 2013. Audio e Video della lezione – ANTOLOGIA del TEMPO che resta